
A cura di Marco Gollinelli
C’è un momento in cui occorre fermarsi e guardare la realtà senza veli, ma con occhi capaci ancora di stupore. Controcanto è la rubrica di Marco Gollinelli che osa andare controvento: uno sguardo schietto, a volte duro, ma sempre intriso di poesia. Analizziamo la nostra società senza paura di toccarne le crepe, perché è proprio da lì che entra la luce. Ogni parola è un atto di libertà, ogni riflessione un invito a pensare — non come tutti, ma come sé stessi.
L’abisso della crudeltà e il confine della società
A Roma, in uno dei quartieri periferici dove la vita scorre spesso lontana dai riflettori, una vicenda di inaudita violenza ha scosso l’opinione pubblica, travalicando rapidamente i confini locali per diventare un caso nazionale. Una gatta randagia, conosciuta da alcuni residenti della zona e accudita saltuariamente da chi, con piccoli gesti quotidiani, cerca di mitigare la durezza della strada, è stata ritrovata in condizioni gravissime, vittima di un abuso che ha lasciato sgomenti persino i professionisti intervenuti per prestarle soccorso. Il ritrovamento è avvenuto in circostanze che non lasciano spazio a dubbi sulla natura intenzionale e brutale dell’atto, e la corsa contro il tempo per salvarle la vita ha immediatamente acceso un riflettore su una realtà che troppo spesso resta sommersa: la violenza sugli animali come manifestazione estrema di devianza.
La gravità dell’episodio non risiede soltanto nell’atto in sé, ma anche nella natura della vittima. Un animale di piccole dimensioni, indifeso, privo di qualsiasi possibilità di difesa o di fuga, rappresenta il grado più basso nella scala della capacità di opporsi a un’aggressione. Questo elemento amplifica in modo esponenziale la percezione di crudeltà del gesto. Non si tratta soltanto di violenza, ma di una forma di sopraffazione assoluta, in cui il rapporto di forza è talmente squilibrato da trasformare l’atto in qualcosa che molti osservatori definiscono, senza esitazione, come una delle espressioni più disturbanti della brutalità umana. L’idea stessa che un individuo possa rivolgere un comportamento di natura sessuale verso un animale, per di più in condizioni di totale vulnerabilità, apre interrogativi profondi non solo sul piano giuridico, ma anche su quello psicologico e sociale.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Sui social network, nei commenti ai servizi giornalistici e nelle discussioni pubbliche, si è rapidamente diffuso un sentimento unanime di indignazione. Rabbia, disgusto, incredulità: sono queste le parole che più ricorrono nel tentativo di descrivere ciò che una parte consistente della popolazione ha provato venendo a conoscenza dei fatti. Accanto a queste emozioni, si è fatta strada anche una richiesta pressante di giustizia, spesso accompagnata da posizioni estremamente dure nei confronti dell’autore, ancora ignoto. Non sono mancati, anzi sono stati numerosi, gli interventi che invocano pene esemplari, isolamento sociale permanente o misure drastiche che vadano oltre il perimetro delle sanzioni ordinarie previste dall’ordinamento.
Questa reazione collettiva, per quanto emotivamente comprensibile, si inserisce in un quadro normativo che, per sua natura, non può fondarsi sull’impulso ma deve attenersi a principi ben definiti. In Italia, la violenza sugli animali è disciplinata da norme specifiche che prevedono sanzioni penali anche significative. Il maltrattamento di animali può comportare la reclusione e sanzioni economiche rilevanti, con aggravanti in presenza di particolare crudeltà o sevizie. Qualora dall’azione derivi la morte dell’animale, la fattispecie si aggrava ulteriormente. Tuttavia, la percezione diffusa che tali pene siano insufficienti rispetto alla gravità morale del gesto resta un tema aperto, che ciclicamente riemerge ogni volta che episodi di questo tipo conquistano l’attenzione mediatica.
Il discorso si complica ulteriormente nel caso in cui l’autore del reato venga ritenuto incapace di intendere e di volere al momento del fatto. In tale ipotesi, il sistema giuridico italiano prevede un meccanismo che esclude la responsabilità penale in senso stretto, ma non lascia il soggetto privo di controllo. La valutazione si sposta sul piano della pericolosità sociale, concetto che diventa centrale nel determinare le misure da adottare. Se questa pericolosità viene accertata, il giudice può disporre misure di sicurezza, tra cui il ricovero in strutture sanitarie specializzate, con limitazioni concrete della libertà personale e un percorso terapeutico obbligato.
È proprio su questo punto che si concentrano molte delle perplessità e delle paure espresse dall’opinione pubblica. L’idea che una persona capace di un atto così estremo possa evitare il carcere tradizionale viene spesso percepita come una forma di impunità, o quantomeno come una risposta insufficiente rispetto al danno arrecato. A ciò si aggiunge il timore che il controllo sul soggetto, soprattutto al di fuori di contesti strettamente vigilati, possa risultare inefficace, in particolare per quanto riguarda l’aderenza a eventuali terapie farmacologiche o psicologiche. Si tratta di timori che trovano terreno fertile in una conoscenza parziale del funzionamento delle misure di sicurezza, ma che non possono essere liquidati come infondati, soprattutto alla luce delle criticità strutturali che talvolta caratterizzano il sistema.
Al di là degli aspetti tecnici e giuridici, resta però un elemento che emerge con forza e che non può essere ignorato: la condanna sociale. In questo caso, essa si manifesta in termini particolarmente intensi, quasi viscerali. Non si tratta soltanto di una disapprovazione, ma di una vera e propria espulsione simbolica dell’autore dal consesso civile. Chi compie un atto del genere viene percepito come estraneo ai valori fondamentali della convivenza, come portatore di una devianza talmente profonda da mettere in discussione la sua stessa collocazione all’interno della società.
Questa condanna si nutre anche di una riflessione più ampia, che riguarda il rapporto tra violenza sugli animali e rischio di comportamenti violenti verso le persone. Senza cadere in semplificazioni o automatismi, è innegabile che esista una correlazione riconosciuta da numerosi studi: la capacità di infliggere sofferenza a un essere vivente indifeso viene spesso interpretata come un segnale di allarme, un indicatore di una possibile pericolosità più estesa. Non si tratta di una certezza matematica, ma di un elemento che contribuisce ad alimentare la percezione di minaccia e a rafforzare la richiesta di interventi incisivi.
In questo contesto, la voce di chi esprime una condanna ferma e senza attenuanti assume un significato che va oltre la reazione emotiva individuale. È l’espressione di un bisogno collettivo di tutela, di una richiesta di sicurezza che si traduce nella volontà di vedere allontanato chi viene percepito come potenzialmente pericoloso. Una posizione dura, che non ammette sfumature e che si fonda sull’idea che alcuni comportamenti segnino un punto di non ritorno, oltre il quale il reinserimento sociale diventa non solo difficile, ma inaccettabile.
Eppure, proprio qui si colloca il nodo più complesso. Una società fondata sul diritto deve saper mantenere un equilibrio tra la comprensibile esigenza di protezione e il rispetto dei principi che regolano l’esercizio della giustizia. Questo non significa attenuare la gravità di quanto accaduto, né tantomeno giustificarlo, ma riconoscere che la risposta non può prescindere da un quadro normativo che, per quanto imperfetto, rappresenta una garanzia per tutti. Anche nei casi più estremi, anche quando la tentazione di una risposta esemplare si fa più forte, la tenuta di questo equilibrio resta una delle sfide più difficili.
Resta, infine, il dato umano, quello che forse più di ogni altro colpisce e lascia una traccia duratura. Un animale che soffre, una comunità che reagisce, un senso diffuso di vulnerabilità che si insinua anche dove prima non c’era. È in questo spazio che si colloca la vera portata dell’episodio, al di là delle aule di tribunale e delle norme di legge. È sempre in questo spazio che prende forma una condanna sociale che, nel suo essere ferocissima, racconta non solo la gravità di un gesto, ma anche il bisogno profondo di riaffermare un limite, una linea che non dovrebbe mai essere oltrepassata.
E qui, al netto di ogni valutazione giuridica, di ogni perizia, di ogni possibile attenuante costruita nei codici e nelle aule, resta una verità che non ha bisogno di interpretazioni: chi è capace di un atto del genere potrebbe aver oltrepassato una soglia limite. Non è solo un reato. È una frattura profonda con l’idea stessa di umanità.
La mia posizione, in questo, è netta e senza compromessi. Non mi interessa se verrà incasellato in una categoria clinica, se verrà definito incapace, se verrà affidato a un percorso terapeutico o sottratto alla pena tradizionale. Tutto questo appartiene al linguaggio della legge, ed è giusto che la legge faccia il suo corso. Ma sul piano sociale, umano, civile, il giudizio resta ed è irrevocabile.
Chi esercita una violenza così gratuita, così totale, su un essere vivente inerme dimostra una forma di pericolosità che non può essere ignorata, né sottovalutata, né tantomeno giustificata. Potrebbe non essere una questione di rabbia momentanea, ma di struttura, di inclinazione, di qualcosa che si colloca in una zona oscura dove il rispetto per la vita semplicemente non esiste.
Allora sì, la condanna deve essere ferma ed evidente. Non violenta, non vendicativa, ma ferocemente lucida. Una condanna che non lascia spazio a indulgenze morali, che non cerca scorciatoie emotive per attenuare l’inaccettabile. Una condanna che afferma, con chiarezza assoluta, che chi compie un gesto simile si pone fuori dal patto sociale, fuori da quel minimo comune denominatore di civiltà che tiene insieme una comunità.
Perché una società può dirsi tale solo se è capace di riconoscere il male quando lo vede, senza abbassare lo sguardo e senza cercare alibi. In questo caso, il male non è un’astrazione. Ha lasciato segni concreti, dolorosi, su un corpo indifeso. È proprio da lì che deve partire una risposta altrettanto chiara: non tutto è accettabile, non tutto potrebbe essere recuperabile, e soprattutto non tutto può essere perdonato sul piano umano.
In una riflessione più ampia, lo stesso principio non può che estendersi, con identica fermezza, anche a chi si rende responsabile di violenze della medesima natura nei confronti delle donne: atti che, pur nella loro specificità e nella diversa qualificazione giuridica, condividono la medesima matrice di sopraffazione, annientamento e disprezzo per l’integrità dell’altro. Anche in questi casi, la risposta della società non può conoscere ambiguità né indulgenze sul piano morale, perché ciò che viene violato non è soltanto la legge, ma il fondamento stesso della dignità umana.
