
Di Marco Gollinelli
C’è un momento in cui occorre fermarsi e guardare la realtà senza veli, ma con occhi capaci ancora di stupore. Controcanto è la rubrica di Marco Gollinelli che osa andare controvento: uno sguardo schietto, a volte duro, ma sempre intriso di poesia. Analizziamo la nostra società senza paura di toccarne le crepe, perché è proprio da lì che entra la luce. Ogni parola è un atto di libertà, ogni riflessione un invito a pensare — non come tutti, ma come sé stessi.
L’Eucaristia del fango
Esiste una data precisa che segna l’inizio del naufragio della comunicazione civile in Italia: la fine degli anni Ottanta. È in quel momento che la televisione scopre che l’insulto e la sopraffazione verbale non sono più incidenti di percorso, ma il cuore pulsante dell’indice di ascolto. Quello che oggi vediamo nei dibattiti politici o nei programmi di intrattenimento non è un caso, ma il perfezionamento di uno schema che ha radici profonde e colpevoli ben precisi, partendo da un capostipite che ha fornito la chiave di volta intellettuale a tutto il sistema: Vittorio Sgarbi. Tra il 1989 e il 1992, attraverso le sue apparizioni nei più noti salotti nazionali e la nascita di spazi di monologo quotidiano, Sgarbi compie un’operazione culturale spietata, fornendo la copertura necessaria alla violenza verbale. Grazie alla sua competenza accademica, egli insegna al pubblico che l’insulto non è maleducazione, ma una forma di libertà superiore. Quella sua tecnica della ripetizione ossessiva dell’offesa ha abbattuto l’ultimo argine del vivere civile, portando i media a comprendere immediatamente l’affare: se un uomo di cultura urla, la rissa diventa nobile e, soprattutto, redditizia. Egli non si è limitato a criticare, ha creato un precedente pericolosissimo, trasformando l’invettiva in una prestazione professionale richiesta e lautamente ricompensata dalle regie televisive.
Dieci anni dopo l’esplosione di questo modello, in un terreno ormai privo di ogni anticorpo educativo, si inserisce Andrea Diprè. Egli non ha inventato nulla, ha semplicemente ereditato quella grammatica dell’urlo portandola all’estremo del paradosso nichilista. Entrando nelle case degli italiani attraverso i canali nazionali nei primi anni Duemila, Diprè ha svuotato l’urlo di ogni pretesa intellettuale per ridurlo a puro rumore di fondo, un rito di umiliazione costante dove il confine tra intrattenitore e spettatore si è dissolto nel grottesco. In questo clima di anarchia, figure già note e fragili hanno scelto consapevolmente di abitare quel degrado per un briciolo di visibilità. Personaggi che, forti di una rete familiare pronta a ripulirne l’immagine al primo accenno di fallimento per poi riportarle nel rassicurante alveo domestico attraverso perizie di compiacenza o finte conversioni, hanno svenduto la propria dignità sapendo di poter contare sull’oblio programmato del sistema. Diprè ha messo a nudo la fame di abisso di una società che non cercava più il confronto, ma il martirio mediatico dell’altro.
Se Diprè era la scintilla disordinata, Fabrizio Corona rappresenta l’evoluzione scientifica e industriale di questo schema. Arrivato cronologicamente dopo la fase di rottura dei primi anni Duemila, Corona ha capito che la violenza verbale e la gestione delle informazioni compromettenti potevano essere trasformate in un asset finanziario e politico. Egli non è un agitatore per istinto, ma un professionista della tensione che gestisce il fango come un bene di lusso. Dalle inchieste di metà decennio fino alle recenti operazioni mediatiche del 2024 e 2025, ha dimostrato che in una società senza bussola, chi manipola l’attenzione meglio degli altri diventa il padrone del gioco. La sua è una coerenza brutale: a differenza di chi piagnucola invocando il perdono dopo aver banchettato nel torbido, lui rivendica la propria maschera. Egli è lo specchio che svela l’ipocrisia di un’intera classe dirigente e di un sistema mediatico che lo condanna pubblicamente mentre privatamente ne brama i contenuti e i metodi.
La responsabilità del degrado attuale ricade tuttavia interamente sui mezzi di comunicazione di massa, i veri professionisti del cinismo che hanno adottato questi schemi con una responsabilità che sfiora la totalità. Sono stati i media a trasformare i programmi di approfondimento in cassonetti dei rifiuti spacciati per cultura, riempiti di individui definiti “importanti” ma privi di qualsiasi valore reale, utili solo a garantire la rissa necessaria per tenere incollato lo spettatore. Hanno santificato icone del vuoto basate solo sull’apparenza, contribuendo all’idealizzazione dello zero assoluto e rendendo “noioso” tutto ciò che richiede silenzio o riflessione.
L’assoluzione per Andrea Diprè, Vittorio Sgarbi e Fabrizio Corona deve quindi essere piena, poiché essi sono stati gli unici a non mentire. Hanno semplicemente evidenziato le carenze educative di una nazione ormai alla deriva, agendo come terminali di un male che ha origine altrove. Il vero dramma risiede nel fallimento del primo anello della catena: la famiglia. Quando il nucleo primario abdica al proprio ruolo educativo, smettendo di insegnare il valore della dignità e il senso del limite, l’individuo diventa inevitabilmente merce. La società non è vittima di questi attori, ne è la mandante. Finché la famiglia non tornerà a generare cittadini capaci di rifiutare la logica del consumo umano, e finché i media continueranno a essere gestiti da chi vede nell’umiliazione altrui una fonte di profitto, continueremo a vivere in una realtà inesistente. Non si può incolpare il messaggero per la crudeltà della notizia: Sgarbi, Diprè e Corona ci hanno solo detto, ognuno a suo modo, che siamo rimasti senza anima, prigionieri di un sistema che premia il carnefice e ignora il valore del silenzio.
Se il fango è diventato l’unico orizzonte possibile, non cercate i colpevoli altrove: guardatevi allo specchio e riconoscete il mostro che avete nutrito col vostro stesso silenzio
