LA PRIMA DONNA AVVOCATO ITALIANA
Commento a cura di Erika Basile

Su Netflix si trova una serie di tre stagioni per complessivi 18 episodi che si intitola “La legge di Lidia Poët”. E’ bellissima ed avvincente. Ci porta indietro nel tempo: nella Torino di fine Ottocento.
E si impara a conoscere e ad ammirare Lidia Poët: il primo avvocato italiano donna.
La nostra protagonista, appartenente ad una ricca e colta famiglia della provincia piemontese, si laurea a pieni voti in giurisprudenza nel 1881. Il 9 agosto 1883 Lidia Poët diventa la prima donna italiana ammessa all’esercizio dell’avvocatura: si iscrive all’albo professionale degli avvocati di Torino, con il beneplacito anche di alcuni colleghi maschi, i quali precisano che “a norma delle leggi civili italiane le donne sono cittadini come gli uomini”. Ma il procuratore generale del regno, dopo qualche mese, impugna detta decisione presso la Corte di Appello. E l’iscrizione di Lidia viene respinta perchè è una donna: “la professione forense è un pubblico ufficio e come tale è vietato alle donne”. Inoltre, nella motivazione si legge altresì “L’avvocheria è un ufficio esercitabile soltanto da maschi e nel quale non devono immischiarsi le femmine”.
Lidia Poët decide di impugnare questa assurda decisione presso la Corte di Cassazione di Roma, ma alla fine non potrà esercitare come avvocato. La legge sull’avvocatura dell’8 giugno 1874 n.1938 era da intendersi solo per il genere maschile, ma non c’era una norma espressa che vietasse alle donne di esercitare la professione forense. Poichè, come detto prima, la professione forense era qualificata come un ufficio pubblico, l’ammissione delle donne agli uffici pubblici doveva essere espressamente prevista dalla stessa legge; inoltre, il silenzio del legislatore in merito non poteva essere interpretato come una ammissione alla professione forense. Le due decisioni, nelle motivazioni relative, precisavano che gli uomini e le donne erano naturalmente diversi e la legge non poteva certo eliminare queste differenze genetiche. Per le donne era inopportuno essere avvocati, avendo abiti e acconciature bizzarre che mal si conciliavano con la toga. Le donne non potevano stare in pubblico in un’aula di tribunale per discutere anche di argomenti imbarazzanti appunto per loro donne. “Essendo donne e frivole, non avrebbero mai potuto avere le caratteristiche intellettuali e morali richieste per svolgere l’ufficio di avvocato, quali la fermezza, la severità, la costanza”.
Lidia Poët riesce però a svolgere il suo lavoro di avvocato quale assistente del fratello Enrico, avvocato anche lui, ma dovendo stare sempre un passo dietro a lui in quanto donna.
Soltanto nel 1920 Lidia Poët potrà iscriversi ufficialmente presso l’ordine degli avvocati perchè viene autorizzato l’ingresso delle donne nei pubblici uffici, tranne magistratura, politica e in tutti i ruoli militari. E quindi soltanto all’età di 65 anni potrà finalmente indossare la toga.
La nostra protagonista si è sempre spesa durante la sua vita perchè venisse riconociuto il suffragio anche alle donne (le quali invece potranno votare soltanto al termine della Seconda Guerra Mondiale nel 1946), perchè cambiasse il sistema carcerario per i minori, perchè si garantissero i diritti dei minori, delle donne e degli emarginati.
Nella serie televisiva Lidia Poët lotta per esercitare la professione forense e indaga, aiutata da suo fratello, su alcuni omicidi. In alcuni casi gli accusati partono già considerati colpevoli da tutti, perchè sono delle donne o dei bambini, di classi sociali inferiori.
Concludo con le parole che si leggono nell’episodio finale della serie tv: “Questo racconto è dedicato a chi sa immaginare ciò che ancora non esiste e trova il coraggio di trasformarlo in realtà.”
