
A CURA DEL DOTT. FABRIZIO BERNARDINI
La rubrica “Piccole Imprese, Grandi Scelte” nasce con l’obiettivo di offrire, ogni mese, uno sguardo concreto e operativo sul mondo delle micro e piccole imprese italiane, analizzandone criticità, opportunità e strategie di rilancio. Un appuntamento fisso per chi vuole comprendere e migliorare la gestione della propria attività, attraverso esperienze, dati e strumenti professionali
Questo mese si parlerà de “La trappola del nanismo: come l’Italia ha reso la crescita un rischio“
C’è una domanda che ogni piccolo e medio imprenditore italiano si pone almeno una volta: “Cosa succede se assumo un altro dipendente?” La risposta, troppo spesso, non riguarda il mercato, il prodotto o la domanda. Riguarda i controlli, gli obblighi, gli adempimenti che scattano superando determinate soglie di organico.
Anche il fisco spinge a restare piccoli:
- Regime forfettario: soglia a 85.000€ con imposta sostitutiva 15%/5%, in questo modo le micro partite IVA si fermano sistematicamente appena sotto soglia.
- IRPEF progressiva: aliquote 2026 al 23%/33%/43%, quindi chi esce dal forfettario passa da un’aliquota piatta al 15% a un prelievo quasi triplicato sulla fascia più alta.
- Contributi IVS: 24% artigiani / 24,48% commercianti, con un punto percentuale in più oltre i 56.224€ di reddito, stesso meccanismo a soglia.
E così, in un Paese che avrebbe un disperato bisogno di imprese più grandi, più produttive e più competitive, la normativa finisce per premiare chi resta piccolo.
È un fenomeno studiato da anni, che ha persino un nome tecnico: “nanismo imprenditoriale” o “effetto soglia”. Il caso più documentato riguarda i 15 dipendenti, soglia oltre la quale scatta l’applicazione integrale dello Statuto dei Lavoratori.
Il punto è che in Italia esiste una costellazione di soglie — fiscali, contributive, di controllo, di adempimento — distribuite lungo la crescita dimensionale di un’impresa, e ciascuna di esse agisce come un piccolo disincentivo a superarla.
Non è un caso isolato, è un disegno sistemico che nessuno ha progettato deliberatamente ma che tutti, nei fatti, subiscono.
E tutto ciò ha un costo economico misurabile, e i dati Istat lo mostrano con chiarezza impietosa. Nel 2022 il valore aggiunto per addetto — la misura più diretta di produttività — si attestava in media a 56.600 euro per le imprese italiane. Ma le microimprese si fermavano a 36.400 euro, contro gli 81.600 delle grandi imprese: un divario di oltre 2 a 1. Secondo elaborazioni del Politecnico di Milano su dati Eurostat, le nostre microimprese generano circa 30.000 euro di valore aggiunto per addetto, contro i 46.000 di Francia e Germania. Un gap di un terzo con la Germania.
Questa situazione spiega gran parte la debolezza salariale e competitiva del sistema produttivo italiano. Le imprese piccole hanno strutturalmente meno accesso al credito, meno capacità di investire in innovazione, meno potere contrattuale nelle filiere internazionali, meno margine per pagare stipendi competitivi. Restare piccoli per difendersi dalla burocrazia e dalla fiscalità significa, quasi sempre, restare anche meno produttivi, meno capaci di attrarre talenti e meno resilienti nelle crisi.
Ecco il paradosso: il nostro Paese si lamenta cronicamente di bassa produttività e salari stagnanti ed ha costruito, pezzo dopo pezzo, un sistema di incentivi che punisce chi prova a scalare. Non lo fa con un’unica legge scellerata, ma con la somma di tante piccole normative — soglie oltre le quali cambia il regime fiscale, il livello di attenzione degli accertamenti, gli obblighi di sicurezza, gli adempimenti sindacali.
Le imprese che restano sotto soglia non lo fanno perché sono meno ambiziose o meno capaci, ma perché il calcolo costi-benefici, spesso, dice loro di fermarsi. È una razionalità economica perfettamente comprensibile a livello di singola azienda, che però produce un danno collettivo enorme a livello di sistema Paese.
Ma se il problema è strutturale, la risposta non può essere nemmeno quella assistenziale. Occorre una proposta diversa dal sussidio a pioggia — crediti d’imposta generici, bonus una tantum, agevolazioni slegate da una logica di crescita dimensionale — hanno il difetto di premiare l’esistenza di un’impresa, non la sua evoluzione. Non cambiano l’incentivo di fondo a restare piccoli.
Una strada più coerente potrebbe essere quella di premiare fiscalmente non la piccolezza né la grande dimensione in sé, ma il processo di aggregazione: imprese che scelgono di unirsi in reti d’impresa, consorzi, fusioni o partnership stabili per superare insieme le soglie che da sole non oserebbero avvicinare. Rafforzare i crediti d’imposta mirati, decontribuzioni pluriennali per le assunzioni realizzate nell’ambito di un’aggregazione, o corsie preferenziali negli accertamenti per chi cresce attraverso reti strutturate, sposterebbe l’incentivo dal “restare invisibili” al “crescere insieme”.
Sarebbe una politica industriale più intelligente rispetto a quella di un ennesimo bonus: non regala soldi a chi è piccolo, ma toglie un ostacolo a chi vuole smettere di esserlo.
Quindi la domanda giusta da porsi non è quanto sostegno dare alle piccole imprese, ma quanto la scelta di restare piccole sia davvero libera. Finché conviene di più fermarsi appena sotto una soglia che investire nel passo successivo, continueremo a chiederci perché la produttività italiana non decolla, senza accorgerci che è stata scoraggiata norma dopo norma.




