A cura di Maurizio Filippini

Un gioco, il rugby, fatto di impatti, sudore e disciplina. Ma anche di rispetto, amicizia e condivisione.
In uno degli sport più fisici e leali al mondo, la competizione finisce sempre con un abbraccio.
C’è, poi, l’antica tradizione del “terzo tempo”, simbolo di un’etica sportiva che continua a distinguere questa disciplina. Nato nelle scuole inglesi dell’Ottocento, il rugby è cresciuto restando fedele ai suoi principi: spirito di squadra, rispetto e sacrificio.
Ogni giocatore ha un ruolo preciso, e solo la collaborazione totale permette di avanzare in campo.
La forza dell’individuo non basta: serve fiducia, comunicazione fra gli atleti e soprattutto tanta disciplina.
In campo, la fisicità è palesemente estrema, ma sempre regolamentata. L’arbitro è un’autorità indiscussa e la sua decisione non è mai messa in discussione.
Protestare, nel rugby, non è semplicemente mal visto: è irragionevole. La durezza del gioco, poi, contrasta con la nobiltà dei gesti.
Niente simulazioni, niente polemiche, niente sceneggiate. Il rispetto per l’avversario è assoluto.
Terminata la partita, ci si saluta, ci si abbraccia, ci si fa i complimenti.
Perché nel rugby la sfida è fisica, non personale. Si combatte con intensità, ma mai con cattiveria.
È una vera scuola di lealtà che molti altri sport guardano con grande ammirazione. Dopo gli ottanta minuti di battaglia, arriva il momento più umano e coinvolgente del rugby: il famoso terzo tempo.
Le due squadre si ritrovano, arbitri compresi, per condividere un pasto o una birra.
Le rivalità si sciolgono, le tensioni scompaiono, restano solo sorrisi, qualche battuta e racconti sulla partita.
È un momento di riconciliazione e rispetto reciproco, dove si rinnova la consapevolezza che l’avversario, prima di tutto, è un compagno di sport, prima che un avversario. La tradizione di questo originale post-partita, nasce nell’Ottocento in Inghilterra, dove dopo le gare tra college e club era consuetudine condividere degli alimenti o una pinta di birra. Serve a ribadire che il confronto deve rimanere nei limiti sportivi. Si è rivali solo durante la partita, mai nemici. In molti club, tale usanza è estesa anche agli allenatori, arbitri e tifosi. Il terzo tempo diventa così una vera festa di comunità. Il rito si è diffuso in tutto il mondo e ha ispirato altre discipline, come il calcio giovanile e l’hockey, come modello di autentico fair play. In Inghilterra si brinda nei pub, in Francia si cena con banchetti appositamente preparati, in Italia spesso si improvvisano tavolate con specialità locali e musica. Per molti rugbisti, il terzo tempo è “il tempo del cuore”: un simbolo di rispetto che vale quanto e forse più di una meta. Il rugby è oggi praticato in ogni continente e continua a rappresentare un vero faro di valori sportivi autentici.
Mentre altri sport cedono alle tensioni ed al protagonismo, tale disciplina resta fedele alla sua filosofia: duro in campo, gentile fuori.
Perché in fondo, come dicono solitamente i rugbisti, “Il match finisce quando ci si ritrova a brindare insieme.”
