Dietro la quotazione record non c’è solo il successo di Elon Musk, ma la nascita di una nuova forma di potere privato tra spazio, tecnologia e finanza

A cura di Marco Fancelli
La quotazione di SpaceX a Wall Street non racconta soltanto la storia di una società entrata in Borsa con numeri da record. Racconta qualcosa di più profondo: il cambiamento del capitalismo contemporaneo, dove il mercato fornisce capitale, ma il comando resta saldamente nelle mani del fondatore.
La domanda centrale, quindi, non è soltanto quanto valga SpaceX. La vera domanda è: chi controlla davvero un’azienda che ormai non si occupa più soltanto di razzi, ma di satelliti, comunicazioni globali, difesa, intelligenza artificiale e infrastrutture strategiche?
Elon Musk ha costruito SpaceX come una società privata capace di realizzare ciò che per decenni era stato competenza quasi esclusiva degli Stati. L’accesso allo spazio, i lanci orbitali, le missioni per la NASA, la rete Starlink e i servizi satellitari hanno trasformato l’azienda in un’infrastruttura geopolitica prima ancora che finanziaria.
Ma il punto più interessante della quotazione non riguarda solo il prezzo delle azioni. Riguarda le clausole di controllo — e qui i numeri, finalmente noti grazie al prospetto depositato alla SEC, sono impressionanti.
SpaceX ha quotato al Nasdaq azioni di Classe A, quelle acquistabili dal pubblico, con diritto a un voto ciascuna. Ma esiste anche una Classe B, riservata a Musk e a una ristretta cerchia di insider, che vale dieci voti per azione. Il risultato è che Musk possiede “solo” il 12,3% delle azioni di Classe A, ma il 93,6% delle azioni di Classe B — una combinazione che gli garantisce l’85,1% del potere di voto complessivo della società. Una percentuale che fa di SpaceX una controlled company a tutti gli effetti, esentata persino dall’obbligo di avere un consiglio di amministrazione a maggioranza indipendente.
In altre parole: chiunque compri azioni SpaceX sul Nasdaq partecipa alla crescita economica della società, ma non ha alcuna possibilità pratica di incidere sulle decisioni che contano — nomine nel board, strategia, eventuali operazioni straordinarie. Musk stesso, parlando in passato di una soglia simile per Tesla, l’aveva definita il livello minimo per poter “guidare l’azienda come ritengo opportuno, anche se dovessi diventare matto”.
È qui che nasce il vero tema economico: il capitalismo dei fondatori.
Per oltre un secolo il principio classico è stato semplice: chi mette capitale, comanda. Nel nuovo modello, invece, il capitale viene raccolto dal mercato, ma la visione resta blindata nelle mani di chi ha fondato e guidato l’impresa.
Musk chiede agli investitori di credere nel suo progetto, ma non concede loro un potere reale equivalente al denaro che mettono sul tavolo. È una forma di capitalismo diversa, più verticale, più carismatica, più vicina alla logica della missione che a quella della tradizionale governance societaria.
Va detto: SpaceX non inventa nulla. Le azioni a doppia classe sono ormai un classico della Silicon Valley. Google le adottò già nella sua quotazione del 2004. Meta le usa per garantire a Mark Zuckerberg il controllo nonostante una quota azionaria minoritaria. Snap è arrivata addirittura a offrire ai propri azionisti pubblici zero diritti di voto. Quello che cambia con SpaceX è la posta in gioco: non si tratta di un social network o di un motore di ricerca, ma di un’infrastruttura che comprende satelliti, accesso allo spazio, comunicazioni militari e, dopo l’acquisizione di xAI, anche modelli di intelligenza artificiale e il social X. Il “modello Zuckerberg” applicato a un’azienda che parla con la NASA e con il Pentagono è una scala di problema completamente diversa.
Da un lato, questo modello può avere una forza straordinaria. Senza una guida accentrata, probabilmente SpaceX non avrebbe avuto la stessa velocità, la stessa aggressività tecnologica e la stessa capacità di rompere schemi industriali consolidati. Musk ha imposto obiettivi che molti consideravano impossibili: razzi riutilizzabili, abbattimento dei costi di lancio, rete satellitare globale, ambizione marziana — e oggi, secondo quanto riportato, anche lunare, con l’idea di una fabbrica sulla Luna per la costruzione di satelliti AI.
Dall’altro lato, però, si apre una questione enorme: cosa accade quando un’infrastruttura strategica globale dipende dalla volontà di un singolo uomo, che detiene l’85% del potere di voto e che, va ricordato, ha già mostrato in passato di poter intrecciare le sorti di Tesla, X, Neuralink, The Boring Company e ora SpaceX secondo logiche personali più che di mercato?
La vicenda SpaceX mostra che alcune aziende non sono più semplici imprese private. Sono piattaforme di potere. Controllano tecnologie decisive, incidono sulla sicurezza nazionale, influenzano mercati finanziari e possono diventare determinanti anche in scenari di crisi internazionale.
Starlink, in particolare, rappresenta il simbolo di questa trasformazione. Una rete satellitare privata può garantire comunicazioni in aree remote, in zone di guerra, in territori dove le infrastrutture tradizionali sono assenti o distrutte. Questo significa che una società privata può assumere, nei fatti, un ruolo che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato prerogativa degli Stati.
C’è poi un altro aspetto, più sociale e meno discusso.
La quotazione di SpaceX avrebbe trasformato migliaia di dipendenti ed ex dipendenti in milionari grazie alle azioni e alle stock option accumulate negli anni. Secondo alcune stime circolate sulla stampa finanziaria statunitense, oltre 4.400 persone potrebbero aver raggiunto lo status di milionari, e circa 400 potrebbero detenere partecipazioni dal valore superiore ai 100 milioni di dollari.
Questo dato racconta due facce della stessa medaglia.
Da un lato, mostra la potenza del capitalismo americano quando riesce a premiare non solo il fondatore, ma anche chi ha partecipato alla costruzione dell’impresa. Tecnici, ingegneri, manager e lavoratori entrati anni fa in una società rischiosa possono ritrovarsi oggi con patrimoni impensabili.
Dall’altro lato, evidenzia ancora una volta la distanza tra chi partecipa ai grandi ecosistemi tecnologici e il resto dell’economia reale. Mentre una parte della popolazione fatica con salari, inflazione e costo della vita, un gruppo ristretto di lavoratori legati alla nuova frontiera tecnologica vede nascere ricchezze enormi in pochissimo tempo.
È il nuovo divario del XXI secolo: non più soltanto tra ricchi e poveri, ma tra chi vive dentro le grandi piattaforme tecnologiche globali e chi resta fuori.
SpaceX diventa così il simbolo perfetto di un’America capace ancora di produrre innovazione radicale, ma anche di concentrare ricchezza e potere in modo sempre più estremo.
Per l’Europa, il messaggio è ancora più duro.
Mentre gli Stati Uniti quotano in Borsa una società che controlla spazio, satelliti e infrastrutture digitali — lasciando però le redini saldamente nelle mani di un solo uomo — l’Europa continua spesso a muoversi soprattutto sul terreno della regolamentazione. Regolare è necessario, ma non basta. Una potenza che regola senza costruire rischia di diventare dipendente dalle infrastrutture prodotte da altri.
Il futuro non sarà deciso soltanto dai bilanci pubblici, dai tassi d’interesse o dalle manovre finanziarie. Sarà deciso da chi controllerà le reti, i dati, i satelliti, l’intelligenza artificiale e l’accesso allo spazio.
In questo senso, SpaceX non è solo una società quotata. È una fotografia del mondo che sta arrivando.
Un mondo in cui gli Stati restano centrali, ma non sono più soli. Accanto a loro emergono imprese capaci di muovere capitali, tecnologie e infrastrutture con una rapidità che molte istituzioni pubbliche non riescono più a eguagliare — e i cui equilibri di potere interno restano, nei fatti, fuori dalla portata degli stessi mercati che le finanziano.
La quotazione di SpaceX, quindi, non va letta soltanto come una festa di Wall Street. Va letta come un passaggio storico.
Perché dietro i numeri record, dietro l’entusiasmo degli investitori e dietro la figura controversa di Elon Musk, si intravede una domanda molto più grande: il futuro sarà governato dagli Stati, dai mercati o da un ristretto gruppo di superpotenze private, dove l’85% di un voto può valere più del 100% del capitale di tutti gli altri messi insieme?
SpaceX potrebbe essere soltanto la prima.
Contenuto informativo a scopo divulgativo. Non costituisce consulenza finanziaria.




