a cura di Federico Liberi

Nella nostra idea di guerra esiste quasi sempre un ultimo giorno. Forse dipende anche dal modo in cui abbiamo imparato a conoscere i grandi conflitti del Novecento. La Prima guerra mondiale ha l’11 novembre 1918, il giorno dell’armistizio. La Seconda ha immagini ancora più forti: la resa della Germania nazista, le piazze europee in festa e i rappresentanti giapponesi che salgono a bordo della USS Missouri per firmare la capitolazione.
È anche così che abbiamo imparato a immaginare la fine di una guerra: prima si combatte, poi qualcuno vince, arrivano le firme, le armi tacciono e comincia il dopoguerra; ma la guerra in Ucraina potrebbe ricordarci che non sempre funziona in questo modo.
In questi giorni, mentre Volodymyr Zelensky si trova a New York per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è tornata al centro della discussione l’ipotesi di una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche. Kiev si è detta disponibile a fermare i propri raid contro obiettivi energetici russi se Mosca farà lo stesso con quelli ucraini. Al momento, però, non esiste ancora un accordo formale e gli attacchi sono continuati.
Ed è proprio questo il punto interessante. Non si sta parlando, almeno per ora, di mettere fine alla guerra, non c’è un accordo sui territori contesi, né una soluzione definitiva sulla sicurezza dell’Ucraina e neppure una data per un cessate il fuoco generale. Si discute, invece, della possibilità di togliere un “pezzo di guerra” dalla guerra.
Oggi potrebbero essere le centrali elettriche, le raffinerie e le altre infrastrutture energetiche; domani potrebbe essere il Mar Nero; più avanti gli attacchi a lungo raggio o, eventualmente, la stessa linea del fronte. Un accordo dopo l’altro, un conflitto potrebbe perdere progressivamente intensità senza arrivare mai a quel grande momento conclusivo che associamo alla parola “pace”.
La storia ha già conosciuto qualcosa di simile. Il 27 luglio 1953, dopo tre anni di guerra, in Corea venne firmato un armistizio che sospese le ostilità e creò la zona demilitarizzata tra le due parti. Doveva aprire lo spazio per una successiva soluzione politica, ma il trattato di pace non arrivò mai. Più di settant’anni dopo, l’armistizio resta ancora il quadro che regola la separazione militare della penisola.
La Corea non è l’Ucraina e sarebbe sbagliato immaginare automaticamente lo stesso finale, ma il precedente mostra una cosa: una guerra può smettere di essere combattuta su larga scala senza essere davvero risolta.
Ed è una dinamica che, in forme ancora diverse, sta emergendo anche intorno all’Iran. Il conflitto iniziato a febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro il regime di Teheran è ancora aperto. Eppure, proprio mentre continuano tensioni e minacce, la Repubblica Islamica ha fatto sapere di essere disponibile a riaprire completamente lo Stretto di Hormuz in cambio di una riduzione della pressione militare americana e della fine del blocco statunitense sui porti iraniani.
Anche qui non si parla ancora di pace, bensì di una questione precisa, enorme per l’economia mondiale, ma comunque limitata rispetto all’intero conflitto: permettere nuovamente il pieno passaggio attraverso uno dei punti più importanti per i flussi energetici globali.
Ucraina e Iran sono guerre diverse per origine, dimensione e protagonisti, ma entrambe mostrano quanto la fine dei conflitti contemporanei possa essere più confusa di quella che immaginiamo.
Quando un accordo generale appare troppo lontano, la diplomazia può provare a “scomporre” il problema: se non si riesce a fermare tutta la guerra, si prova a fermarne una parte; se non si può raggiungere subito un’intesa politica, si può cominciare dalle infrastrutture energetiche, dalle rotte commerciali, dagli scambi di prigionieri o da determinate categorie di attacchi.
La pace, insomma, può arrivare a pezzi.
Non si tratta di un fallimento. Un accordo imperfetto che riesce a risparmiare vite o a impedire la distruzione di infrastrutture essenziali, infatti, può produrre effetti concreti molto prima di una pace definitiva che nessuno riesce a raggiungere.
Forse è proprio il ricordo delle guerre mondiali ad averci lasciato un’aspettativa difficile da applicare al presente. Continuiamo a cercare la resa, il trattato, la fotografia dei leader riuniti attorno a un tavolo e il giorno preciso da ricordare e celebrare, ma non tutte le guerre hanno una USS Missouri.
Alcune, infatti, rallentano e basta. I bombardamenti diventano meno frequenti, alcune categorie di obiettivi vengono escluse, i fronti si stabilizzano e gli accordi temporanei vengono rinnovati. Poi passano i mesi e ciò che doveva essere soltanto una parentesi finisce per diventare la nuova normalità.
E ciò potrebbe succedere anche in Ucraina. Forse la guerra non terminerà con un unico grande accordo, ma attraverso una successione di intese sempre più ampie: prima l’energia, poi altre forme di attacco e, infine, il fronte. O forse una di queste tregue rimarrà semplicemente sospesa per anni, lasciando irrisolte le questioni politiche più difficili.
In quel caso potremmo persino non avere un giorno preciso da ricordare come quello della fine, perché una guerra può finire anche così: non con l’arrivo improvviso della pace, ma togliendo, un pezzo alla volta, spazio alla guerra.




