A cura di Federico Liberi

Da giorni, nei corridoi diplomatici, si fa strada un’idea tanto interessante quanto controversa: e se la pace in Ucraina seguisse il modello di quella tra Israele e Hamas?
Un piano “alla Gaza”, evocato dal premier britannico Keir Starmer e ripreso da Volodymyr Zelensky, che avrebbe il compito di fermare il conflitto più devastante d’Europa da decenni. Ma dietro il fascino di questa analogia si nascondono ostacoli politici, militari e ideologici che rendono questa ipotesi tutt’altro che semplice.
Secondo quanto dichiarato da Zelensky, l’Ucraina starebbe lavorando a un documento breve, senza troppi dettagli, ma capace di indicare una soluzione concreta.
L’ispirazione sarebbe, appunto, il cosiddetto “modello Gaza”, che prevede un cessate il fuoco immediato, il rilascio di ostaggi, una forza internazionale di stabilizzazione e la ricostruzione sotto supervisione esterna. In sostanza: più controllo multilaterale e un percorso di normalizzazione assistita dalla comunità internazionale.
Un concetto che, a parole, sembra realizzabile, ma è sufficiente guardare un po’ più a fondo nel conflitto per rendersi conto di quanto sia difficile replicarlo in Europa orientale.
È vero, alcuni punti in comune esistono.
Entrambi i conflitti sono caratterizzati da devastazione, altissimo numero di vittime civili e un crescente logoramento dell’opinione pubblica mondiale. Come per Gaza, anche in Ucraina la stanchezza della guerra spinge verso una soluzione che non sia solo militare, ma anche diplomatica.
E la stessa idea di un documento sintetico e rapido – come ha detto Zelensky: “stop ai dettagli inutili” – lascia intendere la volontà di evitare trattative infinite che spesso danneggiano proprio il percorso verso la pace.
Ma qui finiscono le somiglianze.
La guerra in Ucraina non è una crisi di enclave: è un conflitto esteso, con più fronti, territori contesi, identità nazionali coinvolte e un interesse geopolitico globale.
In Ucraina si scontrano uno Stato sovrano e una potenza nucleare – la Russia – che non accetta di definirsi “parte belligerante” ma “difensore dei propri interessi storici”. E questo cambia tutto.
Nel piano per Gaza, la forza internazionale avrebbe il compito di garantire sicurezza e monitoraggio. Ma chi, realisticamente, potrebbe svolgere un ruolo simile in Ucraina? La NATO? L’ONU? Una coalizione europea? E, soprattutto, Mosca accetterebbe una supervisione straniera ai propri confini? La risposta è alquanto scontata, e lo stesso Zelensky ha già espresso “scetticismo” sulla possibilità che Vladimir Putin accetti un piano del genere.
Al di là della diplomazia, la vera sfida sarebbe definire i contorni di questa pace. Come si fissano i confini? Che ne sarebbe della Crimea, del Donbass e delle regioni parzialmente occupate?
Un piano “alla Gaza” funzionerebbe solo se entrambe le parti accettassero di congelare la situazione e di affidarsi a un’autorità internazionale per il monitoraggio. Ma in Ucraina, dove la sovranità territoriale è al centro del conflitto stesso, accettare un’idea del genere significherebbe riconoscere implicitamente le conquiste russe. Un prezzo politico che Zelensky ha avvertito a più riprese di non essere disposto a pagare.
Eppure, le alternative scarseggiano.
Le sanzioni non piegano Mosca come si sperava, l’economia ucraina è allo stremo, e la guerra rischia di entrare in una fase di logoramento permanente.
In questo contesto la speranza di riuscire a ideare un piano “sulla falsariga di Gaza”, forse, è solo frutto della ricerca umana di una via d’uscita da una situazione che, di soluzioni, non sembra averne. È la volontà di trovare un accordo che permetta a entrambe le parti di salvare la faccia e alla comunità internazionale di dichiarare una vittoria diplomatica. Un modo per cercare di uscirne “tutti vincitori”.
Un’utopia, più che una possibilità concreta.
