IL PARADOSSO DEL PIOMBO: Pordenone e la cultura dell’abbattimento

A Cura di Marco Gollinelli
C’è un momento in cui occorre fermarsi e guardare la realtà senza veli, ma con occhi capaci ancora di stupore.Controcanto è la rubrica di Marco Gollinelli che osa andare controvento: uno sguardo schietto, a volte duro, ma sempre intriso di poesia. Analizziamo la nostra società senza paura di toccarne le crepe, perché è proprio da lì che entra la luce. Ogni parola è un atto di libertà, ogni riflessione un invito a pensare — non come tutti, ma come sé stessi.
Ogni quindici giorni con Marco Gollinelli proporremo un nuovo canto: un pensiero fuori dal coro, per chi non teme di ascoltare la verità con il cuore.
L’immagine di una città moderna, capoluogo di provincia dinamico e proiettato verso le sfide tecnologiche ed economiche del Nord-Est, che improvvisamente si ritrova a schierare i fucili del Corpo forestale regionale contro un singolo esemplare di cornacchia offre una misura fin troppo nitida del cortocircuito istituzionale in cui versa certa amministrazione pubblica italiana. La vicenda della cosiddetta cornacchia di via Damiani a Pordenone, fortunatamente congelata in extremis dal buonsenso giuridico e amministrativo del Tribunale Amministrativo Regionale del Friuli Venezia Giulia, non deve essere archiviata come una bizzarra cronaca di provincia o come un aneddoto di folklore locale. Al contrario, essa rappresenta il sintomo macroscopico di un pensiero politico profondamente radicato, che preferisce la sbrigativa logica della piombatura alla complessa e necessaria gestione della convivenza civile tra l’essere umano, l’ecosistema urbano e il territorio naturale. Firmare un’ordinanza contingibile e urgente di abbattimento per un animale selvatico, la cui unica colpa etologica è quella di applicare la più primordiale, istintiva e nobile delle leggi di natura, ovvero la difesa strenua dei propri piccoli nati e custoditi all’interno del nido, costituisce una scelta concettuale e istituzionale che lascia l’osservatore contemporaneo del tutto sbigottiti.
Ci si aspetterebbe, in un’epoca storica segnata da una crescente e diffusa sensibilità ecologica, che una figura pubblica di notevole importanza, investita del mandato democratico e della pesante responsabilità di guidare una comunità complessa, affrontasse le problematiche sollevate dai cittadini con gli strumenti moderni della scienza, dell’etologia, della pianificazione e della mediazione ambientale. Invece, di fronte alle prime segnalazioni di residenti spaventati o colpiti dalle picchiate difensive del volatile, la risposta dell’autorità cittadina è stata quella di riesumare il più logoro e anacronistico approccio antropocentrico e muscolare: se l’animale disturba lo spazio antropizzato, se rompe la barriera dell’ordine artificiale, allora l’animale deve essere fisicamente eliminato. Questo modus operandi svela una preoccupante carenza di visione e, soprattutto, l’incapacità di concepire le dinamiche urbane come parte integrante di un ecosistema più ampio, dove la fauna selvatica non è un elemento decorativo da tollerare solo finché rimane invisibile o sottomesso, ma una presenza viva con cui interfacciarsi mediante protocolli di gestione avanzati.
Ciò che si contesta fermamente in questa sede non è affatto la necessità legittima di tutelare l’incolumità fisica dei passanti e degli abitanti del quartiere, i quali si sono giustamente trovati in una situazione di disagio e di oggettiva preoccupazione a causa dei comportamenti aggressivi del volatile. È del tutto comprensibile che i cittadini richiedano interventi rapidi ed efficaci quando si vedono costretti a circolare per le strade del proprio quartiere protetti da ombrelli aperti o caschi da ciclista per evitare spiacevoli beccate alla testa. Il fulcro della contestazione risiede nell’assoluta mancanza di proporzionalità, di lungimiranza e di modernità nella soluzione burocratica e coercitiva adottata dal Comune. Risolvere un problema di compresenza biologica nello spazio pubblico ricorrendo all’uso delle armi da fuoco, all’interno di una fitta area residenziale urbana, è un atto che qualifica in modo inequivocabile l’indirizzo culturale e amministrativo di chi lo dispone. Tale scelta segnala una totale rigidità amministrativa, una pervicace inerzia istituzionale che ignora deliberatamente l’esistenza di un’infinità di alternative non cruente, scientificamente validate e ampiamente applicate in contesti europei ben più evoluti.
Perché non si è pensato, ad esempio, a una temporanea e circoscritta interdizione al passaggio pedonale del tratto di marciapiede sottostante l’albero, installando una segnaletica chiara che spiegasse ai cittadini la temporaneità del fenomeno? Perché non si è attivato un canale di comunicazione e collaborazione immediata con la clinica veterinaria universitaria, con i centri di recupero della fauna selvatica o con gli esperti etologi della regione per valutare uno spostamento assistito e in piena sicurezza del nido e dei pulli? I piccoli della cornacchia, come noto dalla letteratura biologica, completano lo svezzamento e l’involo nel giro di pochissime settimane: sarebbe bastato un minimo sforzo di tolleranza collettiva, guidato e spiegato dall’autorità pubblica, per superare la crisi in modo civile. Invece, la via più breve, quella della distruzione fisica del “problema” tramite l’intervento dei fucili, è stata privilegiata, rivelando una mentalità che concepisce il potere amministrativo non come uno strumento di armonizzazione e di elevazione sociale, bensì come un mero esercizio di forza contro il più debole.
È lecito e doveroso chiedersi come sia ancora possibile che una leadership politica contemporanea formuli e difenda soluzioni così grossolane, palesemente superate nella loro essenza, ignorando completamente che la sensibilità della collettività e la stessa architettura giuridica dello Stato hanno compiuto passi da gigante in direzione contraria. La recente riforma della Costituzione italiana ha inserito la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della nostra Repubblica, stabilendo che la legge dello Stato deve disciplinare le forme e i modi di tutela degli animali. Quando un’amministrazione emana un’ordinanza d’abbattimento con tale frettolosità, non sta soltanto decidendo della vita o della morte di un singolo uccello; sta, di fatto, compiendo un passo indietro rispetto al cammino di civiltà giuridica che il Paese intero sta faticosamente tracciando. Si palesa così una distanza siderale tra i palazzi del potere locale, arroccati su posizioni di sterile dominio sulla natura, e la cittadinanza reale, la quale ha risposto all’ordinanza organizzando presidi all’alba, disposta a manifestare pacificamente pur di difendere un principio di elementare rispetto per la via.
La decisione del Tribunale Amministrativo Regionale di accogliere il ricorso d’urgenza presentato dalle associazioni animaliste e di sospendere con effetto immediato le operazioni della Forestale rappresenta molto più di una semplice battuta d’arresto burocratica per la giunta comunale. Sembra una sonora e solenne bocciatura dell’impianto logico dell’atto. I giudici hanno ricordato implicitamente che l’azione amministrativa, persino quando si muove nei territori dell’urgenza e della contingibilità, non può prescindere dai principi generali di ragionevolezza, di proporzionalità e di rispetto delle normative sovraordinate che proteggono la fauna selvatica, intesa come patrimonio indisponibile dello Stato. Questa censura legale solleva interrogativi riguardo l’adeguatezza della soluzione adottata con l’ordinanza, poiché sembra confondere l’efficacia dell’azione di governo con la brutalità della cancellazione fisica dell’ostacolo. Che figura proietta una classe dirigente che, dinanzi a una dinamica naturale prevedibile e passeggera, non sa produrre altra risposta se non il fragore di uno sparo d’arma da fuoco in mezzo alle case dei propri cittadini?
Questo episodio deve costringerci a riflettere sulla qualità della classe politica che selezioniamo e sulla necessità impellente di pretendere dai nostri amministratori un livello di preparazione che vada oltre la gestione dell’ordinaria burocrazia o la ricerca del consenso facile attraverso risposte demagogiche. La gestione della fauna urbana sarà una delle grandi sfide dei prossimi decenni: l’espansione delle città e il mutamento degli equilibri ecologici portano e porteranno sempre più specie selvatiche a convivere a stretto contatto con l’uomo. Se l’unica risposta che la politica sa dare a questa transizione è l’ordinanza di morte, il futuro delle nostre comunità urbane sarà caratterizzato da un progressivo e desolante impoverimento biologico e spirituale. La cornacchia di Pordenone, per ora salvata dal diritto, resta sui rami di via Damiani come un simbolo vivente di resistenza alla rigidità umana, un monito piumato che ricorda a chi siede sulla poltrona più alta del Municipio che il mondo non appartiene esclusivamente a chi possiede una penna per firmare ordinanze o un fucile per eseguirle.
In conclusione, la forte contestazione che si solleva da queste pagine non intende indulgere nell’insulto personale, che degraderebbe il dibattito al livello della sconsiderata delibera che lo ha originato. La critica si concentra rigorosamente sull’atto politico, sulla sua profonda arretratezza e sulla pericolosa visione del mondo che esso sottende. È necessario vigilare affinché l’udienza di merito fissata per il prossimo luglio non diventi il teatro di un ulteriore accanimento burocratico, ma l’occasione per un definitivo ravvedimento operoso da parte delle istituzioni locali. Pordenone e i suoi cittadini meritano una guida capace di guardare al futuro con gli occhi della sostenibilità, dell’intelligenza cooperativa e dell’empatia verso ogni forma vivente, lasciando finalmente nell’armadio della storia i fucili e la pretesa anacronistica di governare la natura con la forza.
Chi dimostra una simile impostazione etica e amministrativa, prendendo decisioni che per alcuni potrebbero essere fallimentari, è in grado di indurre i cittadini a porsi seri e legittimi dubbi sull’adeguatezza delle competenze richieste per ricoprire ruoli di così alta responsabilità pubblica laddove possono vicende complesse e con molte sfaccettature. Di conseguenza, l’errore originario e più grave non ricade soltanto sulla firma in calce all’ordinanza, ma su chi, a monte, ha selezionato, sostenuto e indicato questa proposta politica come guida per la comunità, mancando nel dovere primario di offrire ai cittadini una classe dirigente all’altezza delle sfide della modernità. Perché la vita non possiede colore, non ha credo religioso e, soprattutto, non ha fede politica: la vita è semplicemente vita e, in quanto tale, ovunque si manifesti, va difesa, tutelata e rispettata.




