IL RACCONTO DI MARK W. MCDOWELL

Il corridoio dell’appartamento di periferia è lungo esattamente sette metri e mezzo. Matteo lo ha misurato un pomeriggio di ottobre, mentre la pioggia batteva sui vetri sporchi e l’acqua filtrava dal soffitto con la costanza di una melodia triste. Sette metri e mezzo di linoleum scrostato, pareti ingiallite dal tempo e da sigarette mai troppo spente. Sette metri e mezzo che separano la cucina, dove il frigo ronza come un vecchio motore d’auto, dalla stanza in fondo, dove un registratore a bobine continua a girare vuoto da tre giorni. Matteo cammina avanti e indietro, avanti e indietro, con un foglio piegato in tasca e una penna stilografica che non ha più l’inchiostro da mesi.
🎶 “di getto, di botto, da sole, come vi scrivo maledette parole
vi lascio andare, libere d’uscire
d’istinto, da sole
Sole …
sole,
che splendi, illumini, tramonti e lasci cadere l’ultimo raggio a lambire questa riga che io scrivo senza molto coraggio” 🎶
La notte prima ha sognato il mare. Non il mare delle cartoline, ma quello vero, con le alghe che si attorcigliano intorno alle caviglie come mani di ex-amanti. Nel sogno c’era una chitarra che galleggiava, e lui cercava di raggiungerla nuotando, ma ogni colpo di bracciata, lo allontanava. Quando finalmente l’aveva afferrata, il legno era diventato carta, e le corde si erano trasformate in parole: Non sei abbastanza. Si era svegliato con il cuore in gola e la fronte imperlata di sudore freddo.
Adesso, nell’appartamento silenzioso, Matteo si ferma davanti alla finestra e guarda il parco sottostante. Due ragazzi sui vent’anni passano con le cuffie, battendo le mani al ritmo di un pezzo che lui non conosce. Un cane abbaia, un motorino sfreccia. La vita scorre come un fiume in piena, e lui è una roccia in mezzo al corso d’acqua, erosa ma ferma. Dentro la testa, le note di una canzone che non ha ancora scritto si rincorrono come bambini in una corsa senza fine. Sa che è lì, la melodia, ma ogni volta che allunga la mano per afferrarla, lei si sfila via, beffarda.
🎶 “ti senti solo
o sei forse ispirato
istinti di rabbia o sussulti d’amore
ci credi davvero,
è solo rancore
o alla fine dirai di nuovo
che lo hai solo immaginato.” 🎶
Il cellulare vibra. È un messaggio di Sofia: Sei vivo? Matteo sorride, ma il sorriso è più una smorfia. Sofia è l’unica che ancora gli risponde, l’unica che non ha ancora capito che lui è un buco nero che inghiotte tutto senza restituire nulla. Le ha rubato tempo, sogni, persino qualche canzone che lei gli aveva sussurrato nel cuore della notte. Sa che dovrebbe scriverle, dirle che sta bene, che sta lavorando a un nuovo pezzo che la renderà famosa. Ma la verità è che non sta lavorando a nulla, e famosa non la renderà nessuno, perché la sua musica è come un ponte di corda sospeso sopra l’abisso: ogni passo rischia di farlo crollare.
Torna verso il registratore, preme play. Il nastro gira, ma non esce alcun suono. Solo il fruscio del vuoto, il rumore del tempo che passa e non lascia traccia. Matteo chiude gli occhi. Cerca di ricordare il volto di suo padre, ma riesce solo a vedere la schiena di un uomo che se ne va, con una valigia in mano e una promessa mai mantenuta. Quando sarai grande, capirai, aveva detto. Ma Matteo è grande adesso, e non ha capito nulla. Tranne una cosa: se non ha la musica, non ha nulla.
🎶 “Paroliere ti senti solo
o sei forse ispirato
violenza, emozioni, baci appena sfiorati
ci credi davvero,
li hai sempre odiati
o alla fine dirai di nuovo
che hai solo giocato.” 🎶
Il locale si chiama Il Buco, una buca di fumo e urla in fondo a una strada che non compare sulle mappe turistiche. Il proprietario è un tizio di mezz’età con i capelli tinti di nero e un sorriso che non arriva mai agli occhi. Si fa chiamare Il Professore, ma in realtà la sua unica laurea è nell’arte di vendere fumo. Quando entra Matteo, il Professore è appoggiato al bancone, con un bicchiere di whisky in mano e un’espressione da chi ha già vinto la partita prima di averla giocata.
«Sei in ritardo» dice, senza guardarlo.
«Mi dispiace, traffico»
«Il traffico è una scusa per chi non ha niente da dire. Tu hai qualcosa da dire, Matteo?»
Matteo abbassa lo sguardo. Ha portato con sé una demo, una canzone registrata con poco più di una chitarra e la sua voce roca. È un pezzo su Sofia, ma non lo sa nessuno. È un pezzo su tutte le Sofie del mondo, su tutte le donne che hanno creduto in lui e che lui ha tradito, anche solo con il silenzio. Il Professore prende il CD, lo guarda come si guarda una moneta falsa, poi lo infila nel lettore.
La musica parte. La voce di Matteo riempie il locale vuoto, e per un attimo sembra che il tempo si fermi. Ma il Professore non batte ciglio. Quando la canzone finisce, resta in silenzio per un minuto intero, poi si gira verso Matteo con un sorriso che fa venire i brividi.
«È commerciale. Ma può diventare un tormentone.»
«Vuol dire»
«Vuol dire che ti do un contratto. Ma devi cambiare qualcosa.»
Il cambiamento è un ragazzo di nome Alex, un produttore con la faccia da bambino e gli occhi da squalo. Arriva con un laptop pieno di beat e una filosofia di vita che si può riassumere in tre parole: «Vendere, vendere, vendere». In tre settimane trasformano la canzone di Matteo in un prodotto. Aggiungono synth, un ritornello orecchiabile, una strofa in inglese per il mercato internazionale. Sofia diventa Sophie, e il rancore diventa nostalgia. Matteo guarda il suo pezzo venire smontato e rimontato come un puzzle di cui non conosce più i contorni.
Ma il contratto è lì, firmato con inchiostro nero su carta bianca. E con il contratto arrivano i soldi, non tanti, ma abbastanza per pagare l’affitto arretrato e comprare una nuova chitarra. Il Professore gli stringe la mano, e Matteo ha la sensazione di aver stretto un patto col diavolo. Ma il diavolo indossa una giacca di seta e porta l’orologio d’oro, e forse non è poi così male.
Il primo concerto è in un locale di Milano, un posto che si chiama Fabrique e che sembra fatto apposta per far sentire piccoli quelli che salgono sul palco. Matteo è dietro le quinte, con il cuore che batte come un tamburo africano e le mani che tremano come foglie al vento. Indossa una camicia bianca, stirata male, e i jeans che ha comprato il giorno prima in un negozio di seconda mano. Alex gli dà il cinque, ma il sorriso è quello di chi ha già calcolato il ritorno economico della serata.
Quando sale sul palco, le luci lo accecano. Per un attimo non vede nulla, solo un mare di ombre che ondeggiano. Poi la musica parte, e il pubblico inizia a cantare. Ma non è la sua voce quella che sente, è il ritornello modificato, la versione commerciale della sua rabbia. Matteo canta, ma dentro di lui qualcosa si spezza. È come se stesse guardando se stesso da fuori, un fantasma che si muove meccanicamente sul palco.
Dopo il concerto, c’è la festa. Ragazzi e ragazze che vogliono fare foto, drink offerti da sponsor che non ha mai visto prima, sorrisi che sembrano dipinti. Matteo si rifugia in bagno, chiude la porta e si guarda allo specchio. I suoi occhi sono rossi, le labbra tremanti. Apre il rubinetto, si lava la faccia, ma l’acqua non riesce a lavare via il senso di colpa.
È lì che trova il messaggio di Sofia: «Ho sentito la tua canzone alla radio. Non sapevo che avessi venduto anche me.» Matteo legge e rilegge la frase. Non c’è rabbia, solo un vuoto che si allarga come una crepa nel muro. Risponde: «Non era mia intenzione.» Ma Sofia non risponde più.
I mesi passano. La canzone diventa un successo. Matteo è ovunque: radio, televisione, social. Ma ogni volta che sente il suo nome, ha la sensazione di sentire il nome di un altro. Ha imparato a sorridere alle interviste, a dire le frasi giuste, a indossare i vestiti che Alex sceglie per lui. Ma la notte, quando è solo nel suo appartamento nuovo, con i mobili di design e le pareti bianche come un ospedale, si mette a scrivere.
Non canzoni, però. Lettere. Lettere per Sofia, per suo padre, per se stesso bambino che correva dietro a un pallone in un cortile di periferia. Lettere che non spedisce mai, che accumula in un cassetto come se fossero pezzi di un puzzle che non vuole finire.
Un giorno, il Professore lo chiama nel suo ufficio. «Abbiamo un problema. Il secondo singolo non sta andando. Dobbiamo cambiare rotta.» Matteo annuisce, ma dentro di lui qualcosa si ribella. Per la prima volta, alza lo sguardo e guarda il Professore dritto negli occhi. «Io voglio solo suonare, creare.» Il Professore ride, una risata corta e secca. «Suonare non paga le bollette, Matteo.»
Quella sera, Matteo torna a casa e prende la chitarra. Non quella nuova, ma la vecchia, quella con il manico scheggiato e il pick-up rotto. Comincia a suonare, senza pensare. Le note escono come un pianto, come una preghiera. Non è una canzone commerciale, è solo un flusso di coscienza. Quando finisce, ha le lacrime agli occhi. Ma per la prima volta in mesi, si sente vivo.
Decide di andarsene. Non in senso letterale, non ancora. Ma prenota un locale piccolo, in un paese sperduto in mezzo alla Puglia, un posto senza insegna e senza microfono. Invita solo chi vuole, tramite un messaggio su Instagram: «Se vieni, vieni. Se non vieni, pace.»
Il giorno del concerto, il locale è pieno. Non di fan, ma di persone. Vecchi compagni di scuola, la donna del panificio, un ragazzo disabile con la maglietta di un gruppo metal. Matteo sale sul palco, e questa volta non ci sono luci accecanti. Solo una lampadina che oscilla, e il suono della chitarra che finalmente è sua.
Canta le canzoni vere. Quelle che non ha mai pubblicato. Quelle che parlano di Sofia, di suo padre, di sé stesso. E mentre canta, si rende conto che la musica non è un mezzo per arrivare da qualche parte, ma un fine. Non serve a diventare qualcuno, serve a non smettere di essere se stessi.
🎶 “Parole che uscite da sole
che mi esplodete dentro
io vi scrivo, vi presento
maledette facili parole
sentimenti e trasgressione, amori agognati,
ci credi davvero,
li hai sempre invidiati
o alla fine dirai di nuovo
che hai solo scherzato
per queste canzoni
che tu non hai mai cantato …” 🎶
Quando finisce, c’è silenzio. Poi applausi, ma non quelli urlati, quelli veri, quelli che fanno vibrare il cuore. Matteo scende dal palco, e qualcuno gli offre una birra. Accetta. E per la prima volta, sorride senza dover fingere.
Di getto, di botto, da sole, come vi scrivo maledette parole vi lascio andare, libere d’uscire, d’istinto, da sole
Matteo è tornato nel suo vecchio appartamento. Il frigo ronza ancora, il soffitto gocciola, ma adesso c’è anche una pianta sul davanzale, un gatto che miagola e una chitarra appesa al muro. Ha smesso di cercare il successo o, meglio, ha capito che il successo non è il numero di like o di visualizzazioni, ma il numero di volte in cui riesce a dire ti amo o guardare qualcuno negli occhi senza vergognarsene.
Sofia è tornata. Non come amante, ma come amica. Hanno fatto una foto insieme, lui con la chitarra e lei con il suo sorriso storto. L’ha messa sul frigo, sopra una calamita a forma di nota musicale.
Ogni tanto, qualcuno gli scrive: «Hai mai pensato di tornare sul palco grande?» Matteo risponde: «Sono già sul palco più grande che conosco.» Poi torna a scrivere. Non canzoni, ma storie. Storie di uomini che hanno perso tutto e hanno trovato se stessi. Storie di donne che hanno creduto e sono state credute. Storie di ragazzi che corrono dietro a un pallone in un cortile di periferia, e che un giorno diventeranno uomini.
E le parole, quelle maledette parole, continuano a uscire da sole. Ma adesso lui non ha più paura di lasciarle andare. Perché sa che, anche se esplodono dentro di lui, non lo lasceranno mai solo.
Sole che splendi, illumini, tramonti e lasci cadere l’ultimo raggio a lambire questa riga che io scrivo con tutto il coraggio di chi non ha più nulla da perdere.
