Un racconto di Mark W. McDowell

In un’assolata e calda città, Jannette si svegliò di soprassalto, madida di sudore, con una netta sensazione sgradevole. Con i sensi ancora intorpiditi, cercò di collegare la sensazione al probabile brutto sogno fatto. Per quanti sforzi facesse non le riuscì di ricordare di aver fatto alcun sogno.
Anzi man mano che tornava alla realtà, le si prospettò chiara in mente la certezza di non aver sognato più da molto tempo. Si sentì soffocare e il panico ebbe il sopravvento.
“Buongiorno Jannette. Che faccia orribile che hai. Ti senti bene? Ti serve qualcosa? Ah, il capo ti vuole vedere. Intanto ti preparo una tazza di caffè. Sì sì mi ricordo, macchiato e senza zucchero” e, con molta dolcezza, e, quasi sussurrato: “Dai, sbrigati, ti aspetto, così mi racconti cosa ti è successo.
‘Solo ad un’amica molto intima è permesso di parlare in maniera così sincera e senza fronzoli del tuo aspetto fisico’ si ritrovò a pensare Jannette. E Marta decisamente lo era una buona amica. Avevano condiviso tutto dall’infanzia lei e Marta.
Dalle più piccole marachelle ai banchi di scuola; dalle sgridate alle confidenze scambiate sotto le complici coperte della casa in campagna; dai sogni …
A Jannette si ghiacciò la schiena. Fu panico di nuovo. Con la stessa intensità del mattino. Si sentì mancare la terra sotto i piedi. Dovette fare uno sforzo per raggiungere la vicina poltroncina in pelle adagiata alla parete del corridoio.
Vi si lasciò cadere senza misurare velocità e distanza tanto che si accentuò la sensazione di vuoto già provocata dalla perdita di equilibrio. Batté leggermente la testa e questo le permise di rendersi conto che il mal di testa, avvertito in mattinata, non l’aveva abbandonata un momento. ‘Dio! che nausea’
La mattina a casa era stata anche peggio. Con la mente lucida, col pensiero fisso sull’idea dei sogni non fatti, era rimasta inchiodata a lungo nel letto. Come quando da piccola, rimaneva interminabili minuti al buio, con la certezza di una presenza estranea nella sua stanza, ai piedi del letto. Con quei sudori freddi di panico, senza la capacità di reagire, con tutti i muscoli tesi ma immobili, in modo da percepire il più piccolo rumore o movimento sospetto. Senza il coraggio di chiedere aiuto e con la consapevolezza di non essere in grado di muoversi neanche all’eventuale manifestarsi della presenza ostile tanto temuta.
Il fiato trattenuto, il lenzuolo ghiacciato, gli occhi sbarrati … Ed il sonno improvviso, liberatore inconsapevole di quei terrori infantili. E poi i bei sogni.
Ma che cos’è un sogno?
Non solo non ricordava di averne fatti, ma si rese conto che il panico provato era dovuto al fatto che, con il trascorrere del tempo, stava perdendo la cognizione di quel … ‘concetto’. Anzi. Cosa significa “sogno”?! E perché aveva la sensazione che questa ‘cosa’ le mancasse, se non aveva la più pallida idea di che cosa fosse. E poi, come mai aveva in mente quella parola senza conoscerne il significato? e perché ciò era legato al sonno e perché le mancava? E perché …
– “Jannette! Jannette! Cosa ti è successo?”
“Non dovevo lasciarti sola. Eppure, l’avevo visto che non stavi bene. Che stupida sono stata. Oh Jannette! Ti prego rispondimi, cos’hai?”
– ‘Marta, Marta, ciclone, Johnson.’ Pensò Jannette riavendosi dai pensieri confusi.
Di Marta l’aveva sempre stupita la capacità di parlare a raffica senza comunque perdere il filo e il senso di quel che diceva.
Il corridoio dell’agenzia di viaggi Johnson & Co. era diventato improvvisamente un tunnel grigio, e la voce di Marta giungeva come da sottacqua. Jannette aprì le labbra, ma l’aria restò inchiodata in gola: non era solo il mal di testa, era qualcosa che le si era spezzato dentro, un’asse portante dell’anima. «Marta» riuscì a sussurrare, «ho perso i sogni.» Le sembrò una frase senza senso, eppure Marta impallidì come se avesse capito perfettamente. «Vieni,» disse, «ti prego, andiamo nel mio ufficio.»
La porta si chiuse alle loro spalle e, per la prima volta dopo anni, Jannette si trovò in quella minuscola stanza di vetro smerigliato che Marta usava come rifugio. C’erano ancora le foto appese con lo scotch: loro due a dieci anni con le trecce, poi a quindici con le prime magliette tie-dye, poi a venti con gli zaini in spalla davanti a un tramonto tailandese. «Li ricordi quei viaggi, vero?» chiese Marta con un filo di voce. Jannette annuì, ma dentro di lei i ricordi si muovevano come ombre prive di colore. «Non ho più sognato dal giorno in cui abbiamo venduto l’ultimo biglietto per il Villaggio dei Sogni.» disse Marta. Jannette aggrottò la fronte: non ricordava alcun villaggio, non ricordava alcun biglietto.
Marta si voltò verso l’armadietto blindato, ne estrasse una cartella di cuoio scuro e la porse a Jannette. Dentro cerano fogli ingialliti: contratti, ricevute, e una mappa. «È l’unica copia rimasta,» sussurrò Marta, «dopo l’incidente hanno fatto sparire tutto.» Jannette sfiorò la carta: un minuscolo villaggio ai margini del deserto del Marocco, un cerchio di case di fango e stelle, e al centro una fontana che rifletteva il cielo. Sotto, una scritta a penna: «Ingresso valido per un solo sogno. La restituzione avviene al risveglio.» Un brivido le salì lungo la schiena. «Io ci sono mai stata?» chiese. Marta annuì, gli occhi lucidi. «Ci siamo andate insieme, cinque anni fa. Abbiamo venduto l’ultimo pacchetto. Poi non ti ricordi davvero più nulla?»
Il ricordo esplose in Jannette come vetro infranto: il caldo del deserto, l’odore di menta e sabbia, il suono di una lingua che non conosceva ma capiva. E la fontana. Un uomo anziano, il Custode, che aveva detto loro: «Un solo sogno a testa, ma attente: il Villaggio restituisce sempre ciò che riceve. Se il sogno fosse troppo grande, potrebbe restituirvi il vuoto.» Lei aveva riso, aveva detto che non cera sogno più grande del tempo, del tempo perduto con la madre morta quando lei aveva otto anni. «Voglio solo rivederla,» aveva detto. E Marta, invece, aveva desiderato di poter viaggiare per sempre senza più paura di fermarsi. Avevano bevuto dall’acqua della fontana. Avevano dormito sotto le stelle. E poi poi era arrivato il risveglio, e Jannette non aveva più sognato.
«Il Villaggio esige un prezzo,» disse Marta adesso, «per ogni sogno realizzato, un sogno futuro viene annullato. Io ho ottenuto la libertà di movimento, ma ho perso la capacità di restare ferma: non riesco più a dormire in un letto, devo sempre partire. Tu tu hai visto tua madre, e hai pagato con l’oblio di ogni sogno a venire.» Jannette sentì le gambe cedere. «È possibile invertire la transazione?» Marta rimase in silenzio. Poi aprì il cassetto e ne estrasse un ultimo foglio: un biglietto di sola andata per il Villaggio dei Sogni, datato ventiquattro ore dopo. «C’è un’ultima corsa. Il Custode mi ha detto che può annullare il debito, ma solo se il sogno restituito è più grande di quello ricevuto. Devi rinunciare a ciò che hai ottenuto: il ricordo di tua madre.»
Jannette tremò. Quel ricordo era l’unica cosa che le restava, un frammento di luce in un’esistenza di giorni uguali. Ma il vuoto dove i sogni dovevano stare le faceva male di più. «Accetto,» disse. Marta la abbracciò forte, come quando da bambine si nascondevano sotto le coperte. «Allora partiamo stanotte.»
Il volo fu breve, surreale: un aereo privato con i finestrini oscurati, un autista muto, il deserto che si apriva come un libro. Giunsero all’alba. Il Villaggio appariva identico: le case di fango, la fontana, le
stelle ancora visibili nel cielo lattiginoso. Il Custode le aspettava, immobile come una statua di sale. «Hai portato il ricordo?» chiese. Jannette annuì. Dal taschino estrasse una polaroid: lei bambina in braccio alla madre, entrambe sorridenti. La porse. Il vecchio la afferrò con dita nodose e la immerse nell’acqua della fontana. L’immagine si sciolse come zucchero. «Il debito è saldato,» disse.
«Da stanotte i tuoi sogni torneranno. Ma ricorda: ogni sogno nuovo cancella il passato che hai scelto di non ricordare più.»
Jannette si svegliò nel letto di casa sua, il sole che entrava dalla finestra, il profumo del caffè di Marta dall’altra stanza. Per un istante non capì: tutto sembrava uguale, eppure qualcosa era cambiato. Sentì una leggerezza nel petto, come se un peso fosse stato tolto. Chiuse gli occhi. E allora li vide: i sogni. Non uno, ma una fiumana di immagini colorate, profumi sconosciuti, voci di persone che non aveva mai incontrato. Un sogno dopo laltro si susseguiva, e in ognuno cera una donna che le somigliava, ma non era sua madre: era lei stessa, più vecchia, che sorrideva a una bambina che aveva il suo stesso nasino all’insù. Jannette pianse di gioia.
Marta entrò con la tazzina. «Allora?» chiese. Jannette la guardò e, per la prima volta dopo anni, sorrise senza ombre. «Ho sognato,» disse. «Ho sognato di me che divento madre, e di una bambina che sogna di diventare me.» Marta annuì, ma nei suoi occhi cera una tristezza nuova. «Hai notato?» sussurrò. «Nelle foto sull’armadio manca la tua mamma. Non esiste più.» Jannette si voltò: era vero. Le foto dei loro viaggi mostrava solo lei e Marta, mai la madre. Ma non sentì dolore. Solo pace.
Quella sera, mentre chiudeva l’ufficio, trovò sulla scrivania un biglietto. Nessuna firma. Solo una riga: «Il Villaggio ringrazia. Il prossimo sogno sarà il più grande di tutti.» Jannette sorrise, spense la luce, e uscì nel caldo della sera. Per la prima volta, non ebbe paura di chiudere gli occhi.
Tra 7 giorni il prossimo avvincente racconto…

Alle volte aneliamo a ciò che abbiamo perso e,per riaverlo accettiamo l’ irreale per poi capire che dobbiamo lasciare andare il passato e accettare la realtà.
Per me la morale del racconto potrebbe essere questa:
La realtà non è mai facile da accettare ma,
Sicuramente nono si può vivere di ricordi
Lettura scorrevole ma comunque, il testo invita a riflessioni molto serie e a capire che alle volte i compromessi sono difficili da sopportare. Complimenti allo scrittore