A cura di Federico Liberi

La guerra che sta sconvolgendo l’Iran e l’intero Medio Oriente non si combatte soltanto con missili, raid e operazioni militari, ma si combatte anche sul mare. E c’è un luogo, più di ogni altro, dove la tensione rischia di trasformarsi in una crisi globale: lo Stretto di Hormuz.
Mentre il conflitto continua a scuotere tutta la regione, l’attenzione della comunità internazionale si concentra su questa stretta striscia d’acqua che separa l’Iran dalla penisola arabica, dove transitano ogni giorno centinaia di navi commerciali e petroliere. O meglio, transitavano. Nelle ultime settimane attacchi, minacce e l’aumento della presenza militare, infatti, hanno ridotto drasticamente il traffico marittimo.
È bastato questo per far scattare l’allarme nei mercati e nei governi. Per quale motivo? La risposta è semplice: se c’è un luogo in cui la geopolitica incontra direttamente l’economia globale, questo è proprio lo Stretto di Hormuz, un passaggio largo poche decine di chilometri, ma cruciale per gli equilibri mondiali, dato che da qui passa una parte enorme dell’energia che alimenta il pianeta.
Circa un quinto del petrolio consumato nel mondo, infatti, transita attraverso questo stretto che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano. A ciò si aggiungono enormi quantità di gas naturale liquefatto esportato dai Paesi del Golfo.
In altre parole, Hormuz è il vero rubinetto energetico del pianeta. Se qualcuno lo chiude, anche solo per poco, il mondo intero rischia di entrare in crisi.
Con l’escalation della guerra, il rischio per la navigazione è diventato sempre più alto: mine navali, droni, attacchi a petroliere e operazioni militari hanno trasformato l’area in una zona estremamente pericolosa. Molte compagnie di navigazione, proprio per questo motivo, hanno preferito fermarsi piuttosto che attraversare quello che oggi somiglia sempre di più a un campo minato, mentre le assicurazioni marittime hanno classificato l’area come zona di guerra, facendo impennare i costi delle rotte.
Il risultato è che uno dei corridoi marittimi più trafficati del pianeta si è improvvisamente svuotato. E quando il traffico rallenta nello Stretto di Hormuz, l’eco si sente nei mercati di tutto il mondo.
Il primo effetto di una crisi nello stretto è immediato: il prezzo dell’energia sale.
Se il petrolio del Golfo smette di fluire regolarmente verso i mercati internazionali, l’offerta globale si riduce. E quando l’offerta diminuisce, i prezzi reagiscono quasi istantaneamente.
Non è una questione che riguarda solo gli operatori finanziari. Petrolio più caro, infatti, significa trasporti più costosi, produzione industriale più cara e prezzi più alti per i consumatori. In poche parole: inflazione.
I Paesi asiatici sarebbero i più esposti, perché dipendono fortemente dal petrolio del Golfo. Ma anche l’Europa e l’Italia risentirebbero rapidamente di una crisi prolungata, soprattutto per quanto riguarda l’equilibrio dei mercati energetici.
In questo momento nessuno può dire con certezza cosa accadrà nelle prossime settimane.
Lo scenario meno grave è quello di una tensione controllata: attacchi sporadici, traffico ridotto, ma lo stretto formalmente aperto. In questo caso le navi potrebbero tornare gradualmente a transitare, magari scortate dalle flotte militari internazionali.
Esiste però anche uno scenario più complesso: uno stretto tecnicamente aperto, ma di fatto impraticabile. Se il rischio per le petroliere restasse troppo alto, molte compagnie continuerebbero a evitare la rotta, causando un blocco parziale, ma prolungato.
Infine, c’è lo scenario che tutti vogliono evitare: la chiusura totale dello stretto o uno scontro diretto tra potenze militari nelle sue acque. In quel caso la crisi energetica sarebbe immediata e le conseguenze economiche globali difficili da prevedere.
La crisi dello Stretto di Hormuz ricorda quanto l’economia globale sia fragile e che bastano pochi chilometri di mare per mettere sotto pressione mercati, governi e industrie.
In un mondo sempre più interconnesso, alcune piccole porzioni sulla mappa continuano a essere punti nevralgici, e Hormuz è una di queste.
