A cura di Marco Gollinelli

Le scarpe di cuoio vecchio mordevano i talloni a ogni passo, una punizione ritmica e familiare, ma nessuno sembrava farci caso. Il sentiero era un nastro di polvere grigia che si inerpicava tra i sassi, una linea sottile che tagliava il fianco della montagna come la cicatrice di un vecchio taglio mal rimarginato. Salivano a centinaia, forse di più, muovendosi con la lentezza solenne di una processione che non ha fretta perché, per una volta, il tempo non apparteneva al padrone della terra, ma al ritmo dei propri polmoni e al battito del proprio cuore.
«Papà, mi fanno male le gambe,» si lamentò il piccolo, aggrappandosi con le dita tozze alla mano callosa dell’uomo. Era una lamentela debole, più un capriccio per attirare l’attenzione che una vera sofferenza, smorzata dalla meraviglia di quell’uscita insolita.
L’uomo non rispose subito. Si fermò, si tolse la coppola e si asciugò la fronte col dorso della mano, respirando a fondo l’aria che si faceva più leggera man mano che salivano. Guardò la scia di persone che risaliva dietro di loro, un serpente umano che si snodava lungo i tornanti. Erano tutte facce conosciute, sguardi scambiati per anni oltre i muretti a secco o nelle piazze durante le lunghe attese per un ingaggio a giornata. Ma in quel mattino, i volti avevano una luce diversa, una sorta di distensione muscolare che faceva sembrare tutti più giovani, quasi felici.
«Manca poco, vedi? Lassù dove l’erba si fa piatta e il cielo sembra più largo,» disse l’uomo, piegandosi sulle ginocchia per caricarsi il figlio sulle spalle con un movimento fluido, abituato ai pesi. Il bambino affondò le dita nei capelli ruvidi e grigi del padre, godendosi quella nuova altezza da cui il mondo, per la prima volta, sembrava dominabile, quasi piccolo.
Non c’erano canti organizzati, solo il brusio sommesso di chi chiacchiera del raccolto imminente e di quel senso strano di libertà che solo una domenica d’aria può regalare dopo una vita passata a guardare la punta delle proprie scarpe rotte. Arrivarono al pianoro quando il sole era già alto, una conca naturale dove il verde dell’erba era così intenso da far quasi male agli occhi. In quel punto della montagna, la terra sembrava essersi arresa alla sua stessa asprezza, diventando piana e accogliente, punteggiata da migliaia di piccoli fiori gialli che spandevano nell’aria un profumo dolciastro, quasi stordente.
«Possiamo mangiare adesso? Ho fame,» chiese il bambino, scivolando giù dalle spalle del padre. L’uomo sorrise, uno di quei rari sorrisi che aprivano le rughe profonde intorno ai suoi occhi. «Aspettiamo ancora un po’. Prima dobbiamo ascoltare. Vedi quel signore sopra il grande sasso grigio? Ha delle cose importanti da dirci. Cose che riguardano questa montagna, questa terra, e il fatto che un giorno, piccolo mio, sarà tua.»
Il bambino non capiva cosa ci fosse di così importante in un pezzo di terra pieno di sassi e fiori gialli, ma annuì, affascinato dal silenzio improvviso che si stava spandendo tra la folla. Migliaia di teste si voltarono all’unisono verso l’uomo sulla pietra. Fu un attimo di pace assoluta. Poi, l’aria vibrò.
Il primo schianto fu secco, isolato, come un ramo che si spezza sotto un peso eccessivo. Poi un altro, e un altro ancora, più rapidi. Il bambino guardò il padre, aspettandosi una spiegazione, un gioco. Vide invece l’uomo irrigidirsi, lo sguardo fisso e terrorizzato verso la cresta della montagna che sovrastava il pianoro come un dente scheggiato contro il cielo. Non ci fu il tempo di capire. Il crepitio divenne un temporale continuo, ritmico, orribile, che rimbalzava contro le pareti di roccia creando un’eco infernale.
L’uomo ebbe un riflesso disperato: abbrancò il figlio per la vita e lo scaraventò a terra, gettandosi immediatamente sopra di lui, schiacciandolo contro l’erba. Il bambino sentì il peso immenso del corpo del padre che lo isolava dal mondo, un muro di carne e stoffa che lo premeva contro l’odore della terra umida. Il sibilo dei proiettili tagliava l’aria sopra di loro, ma il piccolo avvertiva solo il respiro affannato dell’uomo che, a ogni colpo che batteva sulla sua schiena, sussultava appena, stringendolo ancora di più.
Quando il silenzio tornò, era così denso da sembrare fumo. Un silenzio rotto solo dal vento che faceva ondeggiare le ginestre.
«Papà…» sussurrò il bambino dal buio di quel rifugio. «Papà, alzati. Mi schiacci, non respiro.»
Non ottenne risposta. Sentiva un calore strano bagnargli il braccio, un liquido che inzuppava la sua camicina, ma pensò fosse l’acqua della borraccia rotta nella caduta. Strisciò faticosamente verso l’esterno, scavando nell’erba con le unghie finché non riuscì a liberarsi dal peso del genitore. Si rialzò barcollando, pulendosi la faccia dalla polvere. Suo padre era lì, prono, con il volto premuto contro il terreno, le braccia ancora allargate come a voler proteggere quel piccolo lembo di prato dove il figlio era appena rimasto nascosto.
«Papà, svegliati! I tuoni sono finiti, possiamo andare!» gridò il bambino, convinto che l’uomo si fosse addormentato per la stanchezza. Afferrò la spalla della giacca di fustagno e, con tutte le sue forze, diede una spinta secca per girarlo. Il corpo dell’uomo rotolò lentamente sul fianco e poi sulla schiena, rivelando il volto.
Fu allora che il mondo si fermò. Gli occhi del padre erano sbarrati, puntati verso un cielo che non vedevano più, mentre la camicia bianca, sul petto, era diventata una ferita unica e scarlatta. In quel momento, guardando il rosso che ora macchiava anche le proprie mani, il bambino realizzò l’orrore. Capì che quel peso che lo aveva quasi soffocato non era stato un caso, ma l’ultimo dono possibile: suo padre si era fatto scudo, aveva accolto il ferro nella propria carne affinché lui potesse continuare a respirare l’odore delle ginestre. Si sedette accanto a lui, scosso dai singhiozzi, custode di un sacrificio che ancora oggi urla al vento della montagna e chiede disperatamente verità.
Finì così, nel silenzio della valle. Quel luogo si chiama Portella della Ginestra. Era il 1° maggio 1947.
La strage di Portella della Ginestra non fu l’opera di un destino crudele, ma la prima grande strage politica della storia repubblicana italiana. Mentre i contadini si erano riuniti per celebrare la Festa del Lavoro, la banda di Salvatore Giuliano aprì il fuoco sulla folla inerme. Undici persone morirono sul colpo, tra cui tre bambini. Sebbene la verità giudiziaria abbia condannato i banditi, quella storica sembra aver sempre indicato mandanti molto più potenti: i grandi latifondisti, la mafia e settori deviati dello Stato, terrorizzati dalla riforma agraria.
Giuliano morì nel 1950, ucciso dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta, il quale fu a sua volta avvelenato in carcere nel 1954 prima di poter rivelare i nomi dei mandanti politici. Quella tazzina di caffè alla stricnina servita in una cella di massima sicurezza fu il sigillo definitivo su una verità che non doveva emergere.
Oggi, il Memoriale di Ettore De Conciliis trasforma il pianoro in un’opera di Land Art: enormi massi presidiano il luogo del massacro, sassi muti che sembrano vibrare di una rabbia trattenuta. Ma la pietra, da sola, non basta. Quando una strage rimane senza colpevoli, quando i fili che portano ai mandanti si spezzano sistematicamente prima di risalire troppo in alto, significa che il colpevole abita stanze che forse non conoscono il sole della montagna.
I sopravvissuti di quel mattino di maggio se ne sono andati quasi tutti, portando con sé il peso di quel corpo che li ha salvati e il vuoto di una giustizia negata. Ma la loro eredità non è il rassegnato silenzio. Cercare la verità in ogni piega della storia, non smettere di chiedere conto di quel piombo, è l’unico modo per onorare il sacrificio di quel padre e di tutti gli altri. Perché dimenticare significa ucciderli una seconda volta, e accettare un’ingiustizia senza nome significa lasciare che le “Pietre Mute” restino, per sempre, l’unico testimone di un’Italia che non ha ancora avuto il coraggio di guardarsi allo specchio.
Finché ci sarà qualcuno disposto a raccontare la storia di quel bambino che striscia fuori dal sangue per cercare il volto di suo padre, la giustizia non sarà mai del tutto sconfitta. Sarà lì, in attesa, nella voce sottile che soffia tra le ginestre.
