A cura dell’Avv. Emanuela Fancelli
Il fenomeno del momento visto dal mondo capovolto

In Stranger Things non è l’Upside Down il vero protagonista, né i mostri che emergono dall’ombra, né la nostalgia anni Ottanta che avvolge ogni scena. Il cuore pulsante della serie è un altro: l’amicizia. Un legame ostinato, imperfetto, a tratti doloroso, ma capace di resistere a tutto, persino all’orrore.
Mike, Dustin, Lucas, Will ed Eleven non sono eroi nel senso classico del termine. Sono ragazzi fragili, spesso spaesati, che non vincono perché più forti, ma perché non si lasciano soli. In un mondo che li guarda con sufficienza – adulti distratti, istituzioni cieche, autorità inadeguate – la loro amicizia diventa una forma di resistenza. Stare insieme non è solo affetto: è una scelta politica, un modo di dire “io ti vedo” quando tutto intorno spinge all’isolamento.
Stranger Things racconta un’amicizia che cresce e cambia. Si incrina, si tradisce, si ricompone. Non è idealizzata. È fatta di gelosie, di silenzi, di paura di perdere l’altro. Ed è proprio questa imperfezione a renderla vera. L’amicizia nella serie non elimina il dolore, ma lo rende condivisibile. Non cancella la paura, ma la rende attraversabile.
Eleven, più di tutti, incarna questo messaggio. Cresciuta senza relazioni, trattata come un oggetto, scopre la propria umanità attraverso il legame con gli altri. È l’amicizia a restituirle un nome, una voce, una scelta. Non a caso, i momenti più potenti della serie non sono quelli di scontro, ma quelli in cui qualcuno tende una mano e dice: “Non sei sola”.
In un tempo in cui la solitudine è diventata quasi una condizione strutturale, Stranger Things ci ricorda qualcosa di semplice e radicale: l’amicizia non è un contorno della vita, è ciò che permette di restarci dentro.
Anche quando il mondo si capovolge
