A cura di Federico Liberi

La mattina del 3 gennaio ha segnato un punto di rottura nella storia recente del Venezuela. In questa data, infatti, il Paese si è svegliato con il rumore delle esplosioni, interruzioni di corrente e i cieli solcati da aerei militari, uno scenario che ha fatto capire da subito che stava avvenendo un qualcosa di storico.
In poche ore, ciò che per anni era stato considerato impensabile è diventato realtà: un’operazione militare statunitense sul suolo venezuelano ha colpito obiettivi strategici a Caracas e in altre zone del Paese, culminando con la cattura del presidente Nicolás Maduro. Le immagini e le testimonianze delle prime ore ci hanno presentato una capitale paralizzata, con cittadini barricati in casa in preda alla confusione e le forze di sicurezza allo sbando, mentre il potere costruito dal chavismo si sgretolava a causa di un’operazione senza precedenti.
Il governo ha reagito proclamando giorni di lutto nazionale per i militari uccisi e denunciando un’aggressione alla sovranità venezuelana. Allo stesso tempo, nelle strade sono riapparse con forza le milizie filogovernative, i colectivos, chiamati a ristabilire l’ordine e a prevenire proteste o sollevazioni popolari.
Sul piano internazionale, le reazioni sono state immediate e contrastanti. Alcuni governi hanno condannato duramente l’intervento statunitense, considerandolo una violazione del diritto internazionale, mentre altri hanno evitato toni duri, intravedendo nella caduta del leader chavista l’occasione per una svolta politica attesa da tempo.
Ora il Venezuela entra in una fase delicatissima, in cui nulla è davvero scritto. La domanda che, infatti, in molti si pongono è: quale sarà il futuro del Paese?
Una transizione verso nuove elezioni, con il supporto della comunità internazionale, rappresenterebbe lo scenario auspicato da ampi settori della società e della diaspora venezuelana, ma richiederebbe istituzioni credibili, sicurezza e un consenso che oggi appare fragile. In questo contesto, il nome più accreditato per una possibile guida del Venezuela è quello di Edmundo González Urrutia, candidato alle elezioni del 2024 e attualmente in esilio in Spagna. Accademico e diplomatico di lungo corso, González gode dell’appoggio di María Corina Machado, leader dell’opposizione democratica e recente Premio Nobel per la Pace. Allo stesso tempo, però, esiste il rischio che il potere venga semplicemente riorganizzato nelle mani di figure interne al regime, pronte a mantenere un controllo autoritario attraverso la repressione e l’uso della forza.
L’ombra di un’influenza esterna prolungata, con un ruolo diretto degli Stati Uniti nella gestione politica ed economica del Paese alimenta ulteriori tensioni e interrogativi sulla reale sovranità venezuelana. Il pericolo più grande resta però quello di una frammentazione interna, con esercito, milizie e gruppi politici in competizione, che potrebbe trascinare il Paese in una spirale di violenza e instabilità.
Il 3 gennaio, quindi, non è stato soltanto il giorno della caduta di Maduro, ma l’inizio di una nuova, incerta era. Per il Venezuela si apre un bivio storico: trasformare questo shock in un’occasione di rinascita democratica oppure sprofondare in un caos ancora più profondo. La risposta dipenderà dalle scelte delle prossime settimane, dalla capacità della società venezuelana di ritrovare una voce comune e dal modo in cui il mondo deciderà di accompagnare, o condizionare, il futuro di un Paese da troppo tempo in bilico.
