Di Federico Liberi

Da settimane le piazze italiane si riempiono di bandiere palestinesi, cori, striscioni e appelli alla
pace. Da Roma a Milano, da Napoli a Torino, migliaia di persone hanno manifestato a favore della
Flotilla, contro la guerra a Gaza e contro le politiche del governo israeliano, con obiettivi chiari e
precisi: chiedere la fine dei bombardamenti e l’interruzione dei rapporti diplomatici e militari con
Tel Aviv. Ma è stato a Udine, martedì sera, che la tensione è esplosa in modo più evidente.
Durante la partita di qualificazione alla Coppa del Mondo di calcio, Italia–Israele, un corteo ha
sfilato per le vie del centro, chiedendo l’esclusione di Israele dalle competizioni sportive
internazionali. La protesta, inizialmente pacifica, è degenerata quando un gruppo di manifestanti ha
cercato di forzare i cordoni per raggiungere lo stadio.
Sono volati petardi e transenne, la polizia ha risposto con idranti e lacrimogeni. Bilancio: diversi
feriti, una giornalista contusa e alcuni fermi.
Un epilogo che, sicuramente, deve essere condannato, ma che allo stesso tempo ripropone una
domanda classica e sempre attuale: fino a che punto una protesta può – o deve – creare disagio?
“Le proteste non servono se non danno fastidio”
; è questa la frase che, nelle ultime settimane, i
manifestanti hanno espresso più volte in piazza. È un principio che molti movimenti civili, nel corso
della storia, hanno fatto proprio.
Creare disagi, bloccare strade o interrompere eventi sportivi è, per chi promuove questo “mantra”,
un modo per rompere l’indifferenza dell’opinione pubblica e costringere le istituzioni a prendere
posizione.
Non è un caso che molte delle recenti manifestazioni abbiano scelto luoghi simbolici: porti,
università, sedi di aziende che intrattengono rapporti commerciali con Israele, e infine lo stadio di
Udine.
Senza distruzione, sostengono in molti, l’ingiustizia rimarrebbe invisibile. Ma la linea tra
disobbedienza civile e violenza è sottile.
Le immagini che negli ultimi due anni sono arrivate quotidianamente da Gaza, sicuramente, hanno
alimentato indignazione, rabbia e senso di impotenza; e in piazza, dove l’emozione si amplifica,
basta poco perché la tensione degeneri.
A Udine è accaduto quando un gruppo ha tentato di superare il cordone per
“far sentire la voce di
Gaza”
dentro lo stadio. Il resto lo hanno fatto il nervosismo, i lacrimogeni e la paura. In pochi
minuti la solidarietà è diventata scontro.
Le autorità denunciano la presenza di frange più radicali o infiltrati violenti; gli organizzatori
parlano di repressione eccessiva e scarsa disponibilità al dialogo.
In mezzo, migliaia di persone che volevano solo manifestare pacificamente e che si sono trovate
intrappolate tra due fronti. Un copione visto e rivisto nel corso degli anni, ma che sembra non poter
cambiare mai.
Da un lato – come hanno ripetuto anche diversi membri del Governo Meloni –, il diritto
costituzionale alla manifestazione è indiscutibile; dall’altro, i blocchi stradali e gli scontri
alimentano un sentimento di insofferenza nell’opinione pubblica.
In molti temono che il disagio che le manifestazioni creano, se percepito come eccessivo, possa
finire per indebolire la causa stessa della protesta.
Ogni volta che un corteo degenera, infatti, l’attenzione si sposta dal messaggio principale alla
violenza; e il rischio più grande è che la questione palestinese venga oscurata da un racconto
incentrato sull’ordine pubblico e sulla violenza.
Forse la sfida di oggi è quella di trovare un nuovo modo di esprimere il dissenso: una forma di
protesta che riesca a focalizzare lo sguardo di chi osserva sulle cause delle manifestazioni, senza
scadere – da una parte e dall’altra – nella becera contrapposizione fisica.
In gioco non c’è solo il sacrosanto diritto di protestare, ma il modo in cui chi osserva decide di
ascoltare – o di non ascoltare – chi scende in piazza per lanciare un messaggio. Giusto o sbagliato
che sia.
