Il Viaggio di Elia: oltre la vena di follia

Il racconto del martedì di Mark W. McDowell

Tutte quelle volte in cui aveva camminato per i vicoli di città che non erano mai state sue, stringendo tra le dita biglietti di treno macchiati di caffè e lacrime non piante, convinto di raccogliere risposte ma trovando solo sguardi di passanti che sembravano riflettergli indietro la stessa domanda: «Ma chi sei davvero?».  

E lui, per tutta risposta, si era costruito un muro di convinzioni: «Sono pazzo, è questo il problema. Una vena di follia corre nella mia mente e non c’è tregua».  

Così, una sera di ottobre, mentre il temporale schiumava contro i vetri della vecchia casa di famiglia a Tricase, Elia infilò nello zaino l’agenda dalle pagine sottili come ali di farfalla, un pacchetto di sigarette mezzo vuoto e il biglietto di ringraziamento che suo figlio Jacopo aveva scritto a mano per il suo ultimo compleanno: «Papà, mi manchi quando non ridi».  

Quella frase, più di qualunque diagnosi, lo fece partire.  

Non verso un luogo geografico, ma verso l’interno di sé, perché ormai sapeva: l’unico viaggio che contava era quello che attraversava la paura di guardarsi dritto negli occhi.

Il sogno ricomparve la prima notte lontano da casa, in un albergo a ore dove l’aria sapeva di disinfettante e di speranza logora.  

Elia camminava lungo un muro altissimo, scottante come la piazza di Lecce ad agosto, e ogni passo lasciava un’impronta di vapore.  

Quando si voltò, vide se stesso bambino che cercava di arrampicarsi, ma le mani scivolavano sul calcestruzzo rovente.  

All’improvviso il muro si inclinò, divenne un precipizio, e lui cadde.  

Durante la discesa non provò paura, solo un senso di pesantezza antica, come se stesse precipitando dentro una tasca dimenticata del tempo.  

Quando toccò terra, invece del tonfo atteso, sentì il cuore di qualcuno, forse il suo,  smettere di battere.  

Un silenzio assoluto.  

Poi, come in un giradischi rotto, il battito riprese, ma stavolta era accompagnato da voci: la risata di Sofia quando cucinava i peperoni arrostiti, il grido gioioso di Jacopo al primo bagno dell’estate, il «grazie» di un amico al quale aveva prestato una mano senza chiedere nulla in cambio.  

Elia aprì gli occhi nel buio dell’albergo e capì che la caduta non era una fine, ma un’apertura: se il cuore poteva fermarsi e riprendere, forse anche la pazzia poteva essere un’illusione, una maschera che gli era parsa più comoda da indossare.

Nei giorni successivi Elia tornò a casa con passo più lento, come chi ha deciso di non scappare più.  

Sistemò sul tavolo dell’ingresso l’agenda e, una pagina alla volta, cominciò a scrivere non ciò che pensava, ma ciò che provava.  

Scrisse della paura di non essere all’altezza del ruolo di padre, dell’ansia che gli stringeva la gola ogni volta che Jacopo lo guardava con occhi che chiedevano certezze.  

Scrisse della vergogna di non aver mai detto a Sofia quanto la sua pazienza fosse stata, per lui, una bussola.  

E mentre scriveva, le parole smettevano di essere pietre e diventavano ponti.  

Un pomeriggio arrivò Jacopo, sedette accanto a lui e, senza una domanda, infilò una matita colorata tra le dita di Elia: «Disegniamo insieme la paura, così la vediamo e la mettiamo nel cassetto».  

Fu così che Elia scoprì che accettare i propri limiti non significava arrendersi, ma smettere di combattere contro mulini a vento immaginari.  

In fondo, la follia non era una vena isolata: era un fiume che scorreva accanto a tutti gli altri fiumi  amore, gioia, rimpianto e poteva essere attraversato a piedi, se solo si trovava il coraggio di bagnarsi.

La sala d’attesa dello studio dell’analista era sempre la stessa: pareti color avorio, una pianta di ficus nell’angolo, il ticchettio sommesso dell’orologio a pendolo che scandiva il tempo con una precisione quasi irritante. Elia sedeva sulla poltrona di velluto bordeaux, le mani intrecciate sulle ginocchia, lo sguardo fisso sul pavimento di parquet. Quella mattina aveva portato con sé l’agenda, quella stessa che aveva riempito pagina dopo pagina nelle ultime settimane, trasformando il silenzio della sua casa in un dialogo finalmente onesto con se stesso. Sentiva il peso del quaderno nella borsa di tela appoggiata ai suoi piedi, e quel peso non era più un fardello ma una presenza rassicurante, quasi protettiva. Quando la porta dello studio si aprì e il dottor Mancini gli fece cenno di entrare con il suo solito sorriso pacato, Elia si alzò con una sensazione diversa dal solito: non l’ansia che gli serrava lo stomaco, non la resistenza che lo spingeva a voler scappare, ma una strana quiete, come se finalmente avesse smesso di lottare contro corrente e si fosse lasciato portare dal fiume. Entrò nella stanza familiare, con il divano color sabbia, la scrivania ordinata, la finestra che dava sul cortile interno dove un tiglio lasciava filtrare la luce del mattino in striature dorate. Si sedette, questa volta senza esitazione, e posò l’agenda sul tavolino davanti a sé.

«Buongiorno, Elia» disse il dottor Mancini, sistemandosi sulla sua poltrona con quel movimento lento e misurato che aveva sempre caratterizzato i loro incontri. «Come sta?» La domanda, apparentemente semplice, risuonò nello spazio tra loro con un’intensità particolare. Elia inspirò profondamente, cercando le parole giuste, quelle che non fossero soltanto pensieri razionalizzati ma espressioni autentiche di ciò che aveva vissuto nelle ultime settimane. «Sto… diversamente» rispose infine, con un mezzo sorriso che tradiva insieme vulnerabilità e una nuova consapevolezza. «Ho fatto quello che mi aveva suggerito. Ho scritto. Non pensieri, ma emozioni. E ho scoperto che sono due linguaggi completamente differenti, quasi due universi paralleli che non si erano mai incontrati prima.» Il dottor Mancini annuì lentamente, invitandolo con lo sguardo a continuare. Elia prese l’agenda, l’aprì a una pagina segnata con un post-it giallo, e cominciò a leggere alcuni passaggi ad alta voce, la voce che tremava leggermente all’inizio ma che poi si stabilizzava, trovando un ritmo proprio. Parlò della paura di non essere all’altezza, dell’ansia che lo paralizzava, della vergogna che lo aveva tenuto prigioniero per anni. E mentre parlava, sentiva che qualcosa dentro di lui si stava sciogliendo, come ghiaccio esposto al sole.

«Per anni ho pensato di avere una vena di follia» disse Elia, chiudendo l’agenda e guardando finalmente negli occhi il suo analista. «Ho sempre creduto che ci fosse qualcosa di rotto in me, qualcosa di irrimediabilmente sbagliato che giustificasse questa sensazione costante di incompletezza. Mi sentivo come un puzzle a cui mancava un pezzo fondamentale, e passavo le giornate a cercare quel pezzo nei posti più improbabili: nel lavoro, nelle aspettative degli altri, persino nei miei fallimenti, come se la conferma della mia inadeguatezza potesse in qualche modo darmi sollievo.» Il dottor Mancini si sporse leggermente in avanti, le dita intrecciate sotto il mento, l’espressione attenta ma non giudicante. «E adesso? Cosa pensa di quella vena di follia?» chiese con voce calma. Elia rimase in silenzio per qualche istante, come se stesse soppesando non solo la risposta ma il significato profondo di quella domanda. «Adesso penso che non fosse follia» disse infine, con una chiarezza che lo sorprese. «Era paura. Paura di non essere abbastanza, paura di deludere, paura di essere visto per quello che realmente sono. E ho chiamato quella paura “follia” perché era più facile pensare di avere un problema clinico, qualcosa di oggettivo e diagnosticabile, piuttosto che affrontare il fatto che semplicemente non mi ero mai permesso di essere vulnerabile, di essere umano.»

Il dottor Mancini sorrise, quel sorriso discreto che Elia aveva imparato a riconoscere come segno di approvazione e comprensione. «Sa, Elia, una delle scoperte più importanti che si possono fare in questo percorso è proprio questa: distinguere tra ciò che siamo realmente e ciò che temiamo di essere. Lei ha passato anni a combattere contro un nemico immaginario, costruendo mura sempre più alte per proteggersi da una minaccia che esisteva solo nella sua mente. Ma quelle mura non la proteggevano: la isolavano.» Le parole dell’analista risuonarono nello studio come campane in una cattedrale vuota, echeggiando verità che Elia aveva intuito ma mai verbalizzato con tale precisione. «Le mura…» ripeté Elia, quasi tra sé e sé. «Sì, è esattamente così. E le ho costruite così alte che nemmeno io riuscivo più a vedere cosa c’era dall’altra parte. Nemmeno Sofia, nemmeno Jacopo riuscivano a raggiungermi veramente. Ero convinto di proteggerli dalla mia presunta follia, dalla mia inadeguatezza, ma in realtà li stavo solo tenendo a distanza.» Si fermò, la voce che si incrinava leggermente. «E il paradosso è che loro erano esattamente ciò di cui avevo bisogno. Non la soluzione ai miei problemi, ma il terreno solido su cui poggiare i piedi mentre imparavo a camminare di nuovo.»

«Mi parli di Sofia e Jacopo» disse il dottor Mancini, con quella capacità che aveva di porre domande che sembravano semplici ma che aprivano porte su stanze intere dell’anima. Elia si appoggiò allo schienale del divano, lo sguardo che si perdeva verso la finestra, dove le foglie del tiglio danzavano mosse da una brezza leggera. «Sofia…» iniziò, e già nel pronunciare quel nome sentiva qualcosa di caldo espandersi nel petto. «Sofia è stata la mia bussola quando io non sapevo nemmeno più quale fosse il nord. Ha avuto una pazienza infinita, una capacità di aspettare che io trovassi la mia strada senza mai forzarmi, senza mai giudicarmi. E io, invece di ringraziarla, mi sono sentito in colpa per anni, pensando di non meritare quella pazienza, di essere un peso troppo grande da sopportare.» Si fermò, cercando le parole giuste per esprimere qualcosa che aveva sempre sentito ma mai articolato. «Non le ho mai detto quanto fosse importante per me. Non con le parole, almeno. Pensavo che dirlo ad alta voce avrebbe reso tutto più reale, e quindi più fragile, più facilmente distruttibile. Ma ora capisco che era il contrario: il silenzio rendeva tutto più fragile, non le parole.»

«E Jacopo?» incalzò dolcemente il dottor Mancini. Un sorriso involontario si disegnò sul volto di Elia, quel tipo di sorriso che nasce dal profondo e che non si può controllare. «Jacopo è… è puro. Nel senso più bello del termine. Quel pomeriggio in cui si è seduto accanto a me e mi ha proposto di disegnare insieme la paura, di darle una forma per poi metterla nel cassetto… in quel momento ho capito che mio figlio aveva già compreso qualcosa che io stavo ancora cercando di imparare: che le emozioni non vanno negate o combattute, ma riconosciute, nominate, e poi collocate nel giusto spazio della nostra vita.» Elia si passò una mano tra i capelli, un gesto che tradiva emozione. «Ho sempre avuto paura di non essere all’altezza del ruolo di padre. Ogni volta che Jacopo mi guardava con quegli occhi che chiedevano certezze, io sentivo la gola stringersi, perché pensavo di non avere certezze da offrirgli. Ma lui non mi stava chiedendo di essere perfetto. Mi stava solo chiedendo di essere presente. E io, troppo occupato a combattere contro i miei fantasmi, rischiavo di perdermi i momenti reali, quelli che contano davvero.»

Il dottor Mancini lasciò che il silenzio si depositasse nella stanza per qualche istante, quel tipo di silenzio che non è vuoto ma pieno di significato, che permette alle parole appena pronunciate di sedimentarsi e trovare il loro peso. Poi disse: «Elia, lei ha appena descritto quello che molte persone impiegano una vita intera a comprendere: che la sicurezza e la serenità non si trovano eliminando le nostre fragilità o nascondendo le nostre paure, ma accettandole come parte integrante di chi siamo. E soprattutto, che non dobbiamo affrontare tutto da soli. La famiglia, gli affetti autentici, non sono stampelle che ci tengono in piedi nonostante la nostra debolezza: sono le radici che ci permettono di crescere proprio grazie alla nostra umanità.» Elia sentì gli occhi inumidirsi, ma questa volta non cercò di trattenere le lacrime. «Per anni ho pensato che ammettere di aver bisogno di loro significasse essere debole» disse con voce rotta dall’emozione. «Che un uomo, un padre, dovesse essere una roccia, incrollabile e autosufficiente. Ma le rocce sono fredde e immobili. Io voglio essere un albero: con radici profonde che mi tengono ancorato, ma anche con rami che si muovono con il vento, che si piegano senza spezzarsi.»

«E cosa rappresentano Sofia e Jacopo in questa metafora?» chiese il dottor Mancini, con un tono che tradiva soddisfazione per il percorso che Elia stava compiendo. «Sono il terreno» rispose Elia senza esitazione. «Il terreno fertile in cui le mie radici possono affondare. Non sono loro a dovermi salvare o a dovermi completare. Sono io che devo permettere loro di essere il contesto in cui posso crescere, il luogo sicuro dove posso essere me stesso senza maschere, senza la costante paura di essere giudicato o trovato inadeguato.» Si fermò, come se stesse ascoltando le proprie parole per la prima volta. «E forse, la vera follia era pensare di poter crescere senza radici, di poter essere forte senza permettermi di essere anche fragile, di poter amare senza accettare di essere amato a mia volta.» Il dottor Mancini annuì lentamente, lo sguardo che tradiva una profonda comprensione. «Elia, quello che sta descrivendo è il passaggio dalla sopravvivenza alla vita. Sopravvivere significa proteggersi, difendersi, mantenere il controllo a ogni costo. Vivere significa aprirsi, rischiare, accettare che non tutto può essere controllato o previsto. E sì, vivere fa più paura che sopravvivere, perché implica vulnerabilità. Ma è anche l’unica strada verso la serenità autentica.»

Elia guardò l’agenda ancora appoggiata sul tavolino, poi di nuovo il suo analista. «Quindi non sono pazzo» disse, e non era una domanda ma una constatazione, detta quasi con un tono di meraviglia. «Non lo è mai stato» rispose il dottor Mancini con fermezza. «Era solo un uomo che aveva paura di non essere abbastanza, e che aveva trasformato quella paura in una narrazione patologica per darle un senso. Ma la paura di non essere all’altezza non è follia: è profondamente umana. Il problema non era la paura in sé, ma il fatto che lei non si permettesse di condividerla, di alleggerirne il peso dividendolo con chi la ama.» Elia sentì qualcosa sciogliersi definitivamente dentro di lui, come un nodo che finalmente si allenta dopo essere stato stretto per troppo tempo. «Allora cosa faccio adesso?» chiese, e nella sua voce c’era una nuova leggerezza, quasi un senso di liberazione. «Continuo a scrivere? Continuo a parlare con Sofia e Jacopo?» Il dottor Mancini sorrise. «Faccia entrambe le cose. Ma soprattutto, viva. Viva senza aspettarsi di essere perfetto, senza cercare di eliminare ogni traccia di incertezza o di paura. Viva sapendo che Sofia e Jacopo non sono la soluzione ai suoi problemi, ma le certezze da cui ripartire ogni giorno. E quando la paura tornerà, perché tornerà, non la chiami più follia. La chiami con il suo nome, la guardi negli occhi, e poi la metta nel cassetto, proprio come le ha suggerito suo figlio.»

Elia si alzò dal divano con un movimento fluido, senza quella pesantezza che aveva sempre caratterizzato la fine delle sedute precedenti. Raccolse l’agenda, la strinse al petto per un istante, poi la ripose nella borsa. «Questa è l’ultima seduta, vero?» disse, e non c’era tristezza nella sua voce, ma una consapevolezza serena. Il dottor Mancini si alzò a sua volta, tendendo la mano. «Solo se lei sente che è il momento giusto. Ma sì, credo che lei abbia trovato ciò che cercava. Non tutte le risposte, perché quelle continuano a cambiare nel corso della vita, ma la bussola per orientarsi. E quella bussola si chiama famiglia, si chiama accettazione, si chiama coraggio di essere vulnerabile.» Elia strinse la mano dell’analista con gratitudine, poi si diresse verso la porta. Prima di uscire, si voltò un’ultima volta. «Grazie» disse semplicemente. «Per avermi aiutato a capire che non dovevo cercare di essere qualcun altro. Dovevo solo smettere di avere paura di essere me stesso.» Uscì dallo studio con passo leggero, e mentre attraversava la sala d’attesa ormai vuota, sentì il telefono vibrare in tasca. Era un messaggio di Sofia: “Jacopo ha preparato un disegno per te. Dice che è un ponte. Ti aspettiamo a casa.” Elia sorrise, e per la prima volta da molto tempo, quel sorriso raggiunse anche i suoi occhi.

La follia non era mai stata una vena isolata nel suo carattere, una crepa da nascondere o da giustificare. Era semplicemente un fiume che scorreva accanto a tutti gli altri fiumi della sua esistenza: l’amore, la gioia, il rimpianto, la speranza. E quel fiume poteva essere attraversato a piedi, se solo si trovava il coraggio di bagnarsi, di accettare che l’acqua potesse essere fredda, che la corrente potesse essere forte, ma che dall’altra parte c’era una riva solida dove Sofia e Jacopo lo aspettavano, non per salvarlo, ma per camminare insieme a lui.

Un anno dopo, Elia si ritrovò sulla terrazza di un B&B a Otranto con Sofia e Jacopo.  

Il sole tramontava dietro l’orizzonte, tingendo il cielo di un arancio che sapeva di pesche gialle.  

Il vento gli scompigliava i capelli, e per la prima volta non sentì il bisogno di raccoglierli.  

Jacopo, ormai più alto di una spanna, gli passò una fetta di pasticciotto appena sfornato: «Papà, ricordi quando dicevi di essere matto?»  

Elia sorrise, e la risposta venne naturale: «Ricordo. Ma ora so che la follia era solo un modo di chiamare la paura di essere umano».  

Sofia, seduta all’altro lato della tavola, alzò il calice di Negroamaro: «Allora brindiamo all’umanità, con tutte le sue crepe».  

Il vetro tintinnò nell’aria salmastra, e in quel suono Elia riconobbe il battito che aveva sentito durante la caduta nel sogno.  

Non era più un cuore solitario, ma un battito condiviso: quello di una famiglia che aveva imparato a danzare sul bordo dell’abisso senza paura di guardare giù.  

E mentre il cielo si faceva velluto, Elia capì che il viaggio non era mai finito: ogni giorno era una nuova partenza, ogni tramonto un invito a non smettere di cercare.  

La vena di follia era ancora lì, ma adesso sapeva che non era una cicatrice da nascondere, bensì una linea sottile d’argento che univa passato e futuro.  

E in quella linea brillava tutto ciò che aveva sempre cercato: la pace di essere semplicemente Elia, con le sue luci e le sue ombre, pronto a ridere del vento tra i capelli e a stringere forte ciò che amava.

Testi e liriche Mark W. McDowell

Too many times, in my life,

I’ve been thinking

Without knowing the answer

“What I’m doing here?”

Asking myself “It’s really me?”

I’ve been in so many places

I’ve seen too many faces

But the only thing I was able to find

It was a vein of madness in my mind

a vein of madness in my mind

Looking backward I can remember a dream

I was walking along a sunburning wall

I felt like steam

When I turned around and I saw it

A towering construction

I couldn’t see the beginning

I couldn’t see the end

I couldn’t find a connection

I couldn’t find a friend

I turned around and I saw it

I was falling from the top

I turned around and I saw it

My heart was lying without a beat

I came across so many eyes

I ran into too many lies

But the only thing I was able to find

It was a vein of madness in my mind

A vein of madness in my mind

# Traduzione con Metrica Preservata

Troppe volte nella mia vita

sono stato a pensare

Senza conoscere la risposta

“cosa ci faccio qui?”

Chiedendomi “Sono davvero io?”

Sono stato in così tanti posti

Ho visto troppe facce

Ma l’unica cosa che ho potuto trovare

Era una vena di follia nella mia mente

una vena di follia nella mia mente

Guardando indietro ricordo un sogno

Camminavo lungo un muro bruciato dal sole

Mi sentivo come vapore

Quando mi sono girato e l’ho visto

Una costruzione torreggiante

Non riuscivo a vedere l’inizio

Non riuscivo a vedere la fine

Non riuscivo a trovare un legame

Non riuscivo a trovare un amico

Mi sono girato e l’ho visto

Stavo cadendo dalla cima

Mi sono girato e l’ho visto

Il mio cuore giaceva senza un battito

Ho incontrato così tanti occhi

Mi sono imbattuto in troppe bugie

Ma l’unica cosa che ho potuto trovare

Era una vena di follia nella mia mente

Una vena di follia nella mia mente

**Note sulla traduzione: **

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *