La rubrica a cura di Marco Gollinelli

C’è un momento in cui occorre fermarsi e guardare la realtà senza veli, ma con occhi capaci ancora di stupore. Controcanto è la rubrica di Marco Gollinelli che osa andare controvento: uno sguardo schietto, a volte duro, ma sempre intriso di poesia. Analizziamo la nostra società senza paura di toccarne le crepe, perché è proprio da lì che entra la luce. Ogni parola è un atto di libertà, ogni riflessione un invito a pensare — non come tutti, ma come sé stessi.
“Io sono dalla parte del cacciavite”
La società contemporanea italiana sta attraversando una crisi identitaria senza precedenti, dove il confine tra bene e male, tra vittima e carnefice, appare sempre più sfumato da una nebbia ideologica alimentata con dolo. Al centro di questo terremoto morale si trovano le Forze dell’Ordine, costantemente strette nella morsa tra il dovere di intervenire per garantire la sicurezza pubblica e il rischio di finire sul banco degli imputati per aver compiuto il proprio dovere. Il paradosso è ormai quotidiano: un servitore dello Stato che spara per difendere un collega infilzato da un delinquente armato di cacciavite viene condannato non solo penalmente per eccesso colposo, ma anche civilmente, obbligandolo a risarcire economicamente chi, pochi istanti prima, cercava di uccidere. Questa non è giustizia, è la celebrazione dell’iniquità elevata a sistema, un segnale devastante che lo Stato invia ai propri cittadini e ai propri tutori.
Il nocciolo del problema risiede in una narrazione tossica, alimentata da una certa area politica e intellettuale, che ha eletto il delinquente a vittima del sistema e l’agente a simbolo di una repressione da combattere. Si è costruito negli anni uno scenario in cui l’onestà e il rispetto delle regole sono diventati concetti relativi, mentre il reato viene giustificato attraverso lenti sociologiche distorte. Sentire un rappresentante delle istituzioni affermare che un individuo possa non essere consapevole che stuprare una donna sia un reato in Italia, appellandosi a presunte lacune culturali o alle origini extracomunitarie del colpevole, rappresenta il punto di non ritorno della nostra civiltà. È un’affermazione che insulta doppiamente: offende la vittima, il cui corpo e la cui anima vengono sacrificati sull’altare del relativismo culturale, e offende la stragrande maggioranza degli stranieri onesti che vivono nel nostro Paese rispettandone le leggi, i quali vengono implicitamente paragonati a esseri privi di discernimento morale.
Tuttavia, la responsabilità di questo scempio non ricade solo su chi siede negli scranni del potere. Esiste una porzione di popolazione che, seguendo ciecamente questi dettami ideologici, si fa scudo umano della delinquenza. Sono quegli individui che, pur davanti all’evidenza dei fatti, negano la realtà per non tradire lo slogan del momento. È la popolazione che inneggia contro la Polizia e i Carabinieri, definendoli con epiteti indicibili, ma che poi, non appena avverte il gelo della paura sulla propria pelle, è la prima a comporre il numero di emergenza cercando protezione. Questa ipocrisia non è solo un difetto caratteriale, è un vero e proprio cancro sociale. Chi difende a spada tratta chi delinque, chi giustifica la violenza urbana o la resistenza a un pubblico ufficiale definendo il delinquente un poverino vittima della società, deve essere consapevole di essere complice morale del degrado. Queste persone, che negano l’evidenza del male per appartenenza politica, meriterebbero di essere isolate dalla vita sociale e censurate, poiché hanno deliberatamente scelto di rompere il patto di onestà intellettuale e civile che tiene insieme una nazione.
La percezione popolare è inevitabilmente deformata da questo clima. Quando un inseguimento ad alta velocità, scatenato da chi ha deciso di non fermarsi a un posto di blocco mettendo a rischio la vita di passanti e agenti, termina in tragedia, la colpa non può e non deve ricadere su chi ha cercato di far rispettare l’autorità dello Stato. Invertire questa responsabilità significa distruggere il concetto stesso di ordine pubblico. È in questo contesto che emerge la figura del politico scellerato, colui che soffia sul fuoco della contestazione solo per ottenere un pugno di voti in più, creando le condizioni ideali per l’illegalità. Questi sono i veri criminali da perseguire con la massima severità. Chi usa la propria posizione privilegiata per indebolire le leggi, per delegittimare chi rischia la vita in strada e per promuovere una cultura dell’impunità, commette un crimine che va oltre il codice penale: commette un alto tradimento verso il popolo.
In uno Stato di diritto degno di questo nome, la pena non deve essere un concetto flessibile o un premio negoziabile. Per i reati più gravi, per chi semina violenza e per chi, dalle istituzioni, ne favorisce la proliferazione, non dovrebbero esistere sconti di pena, benefici per buona condotta o uscite anticipate. La certezza della pena è l’unico argine rimasto contro l’anarchia morale. Chi delinque deve sapere che la reazione dello Stato sarà ferma e definitiva. Invece, oggi ci troviamo in una situazione di “perversio iuris”, dove il Carabiniere viene processato per la sua capacità di reazione in frazioni di secondo, mentre il delinquente viene analizzato e compreso nelle sue motivazioni più profonde fino all’assoluzione morale.
Questa deriva porta inevitabilmente a quella che potremmo definire una “polizia difensiva”: agenti che, per timore di rovinarsi la vita tra processi infiniti e risarcimenti milionari, scelgono di non intervenire. E quando l’autorità abdica per paura della magistratura o della gogna mediatica, lo spazio vuoto viene immediatamente riempito dalla criminalità. Chi inneggia contro le divise oggi è lo stesso che domani piangerà per l’assenza di sicurezza, senza comprendere che la sicurezza è un bene che va coltivato rispettando chi la garantisce. L’onestà, la dignità e la legalità non sono concetti di destra o di sinistra, ma sono le fondamenta della convivenza umana. Chi le calpesta per interesse elettorale, e chi li segue per cecità ideologica, dovrebbe essere allontanato da ogni incarico pubblico e confinato ai margini di una società che non merita di abitare.
Il vero cambiamento potrà avvenire solo quando torneremo a onorare il principio della responsabilità individuale. Se commetti un reato, ne paghi le conseguenze, senza scuse legate alla provenienza, al ceto sociale o alla presunta ignoranza delle leggi. Se aggredisci un uomo in divisa, devi sapere che lo Stato userà tutta la forza necessaria per fermarti e che la legge sarà dalla parte di chi protegge, non di chi offende. Fino a quando permetteremo che il risarcimento dei danni finisca nelle tasche di chi ha impugnato un cacciavite contro un servitore dello Stato, non potremo mai dirci un Paese civile. La “Salus rei publicae”, la salute della cosa pubblica, passa necessariamente attraverso il ripristino dell’autorità e la condanna senza appello di tutti quei cattivi maestri che, protetti dai loro uffici dorati, spingono i cittadini verso l’abisso del disordine pur di vincere una battaglia elettorale. Questi individui, architetti del caos, meriterebbero l’ergastolo morale e civile, poiché stanno rubando il futuro e la serenità a un’intera nazione.
Chi difende il crimine o lo giustifica per partigianeria politica, perde il diritto di essere considerato parte costruttiva della società.
