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LA PREGHIERA PER I DEFUNTI QUALE GESTO D’AMORE POST MORTEM

Questa mattina sono stato raggiunto dalla notizia della morte di un uomo, che ho incontrato in passato casualmente, più volte. Ricoverato in ospedale per un intervento chirurgico, è deceduto improvvisamente per cause che ancora mi sogno ignote.

Ciò che mi è noto, è che i familiari di questa persona hanno avuto conoscenza della morte del loro caro successivamente al suo decesso, e che gli stessi non hanno potuto fargli una visita nei giorni antecedenti e successivi all’intervento, ciò a causa della emergenza epidemiologica del Covid – 19. Di situazioni analoghe, se non identiche, ne sentiamo tristemente parlare oramai da mesi, da troppi mesi, ma quando certe esperienze segnano la vita di persone che hai avuto modo di incontrare nel normale trascorrere della quotidianità, tali esperienze ti inducono a riflettere con maggior attenzione e profondità. Ho pensato da un lato alla persona deceduta, che ha vissuto in solitudine, nel proprio letto di ospedale, il timore dell’intervento chirurgico e l’angoscia di fronte alla morte, quell’angoscia che ogni mortale percepisce al cospetto della propria finitezza, e, dall’altro, alla sofferenza di chi avrebbe voluto essere vicino al proprio caro, quantomeno nell’attimo finale, e non ha potuto realizzare detto legittimo desiderio. Nel mezzo l’impossibilità di condividere un percorso comunque doloroso, condivisione potenzialmente idonea ad alleviarne, anche se di poco, la gravità, e l’assenza di quello spazio temporale rallentato rispetto alla frenesia quotidiana, che solitamente consente al malato ed alla persona cara che soffre per lui, di riappropriarsi di una dimensione umana, oramai troppo spesso perduta.
Non dubito e non voglio dubitare che nell’attimo finale e, mi auguro, anche prima, sia presente la vicinanza dei medici e degli infermieri, di cui peraltro più volte sentiamo parlare, ma sono certo che i loro occhi non potranno mai sostituire, in quelli dei morenti, lo sguardo intenso di chi ha rappresentato per loro l’Amore e l’Amicizia. L’assenza di detto reciproco sguardo e l’assenza della amorevole gestualità che solitamente tipicizza il percorso doloroso che conduce alla morte, mi induce ad immaginare sia causa per chi muore in assenza dei propri cari, di una “apparente” solitudine, e per quei cari, per i quali la vita, quantomeno formalmente, prosegue, motivo di maggiori difficoltà ad elaborare il lutto che la morte di una persona cara, seppur fisicamente partecipata, lascia in ognuno di noi. Ma utilizzo volutamente l’aggettivo “apparente” in relazione alla solitudine, perché ritengo che oltre alla certezza propria di chi muore in una “apparente” solitudine, appunto, che i suoi affetti più cari siano comunque a lui vicini con quell’Amore o con quell’Amicizia che ne hanno caratterizzato i rapporti nel corso della vita, sia nel morituro anche presente nel momento del trapasso, come ben evidenziato da Marcello Veneziani in un articolo di qualche mese fa, il senso di un abbraccio fraterno di “un suo caro, suo padre, sua madre, un famigliare, che ti appare nel momento del Passaggio e ti viene a prendere per mano. Una minima consolazione per lui e per noi superstiti”. Al cospetto di ciò, di tanta sofferenza in colui che conosce direttamente la morte, quale “lato della vita rivolto dall’altro lato rispetto a noi” (Rainer M. Rilke), ed in coloro che assistono alla stessa, mi chiedo perché non sia possibile autorizzare – quantomeno nei casi in cui la malattia sia tale da poter causare la perdita di un congiunto, in senso lato, o di un amico, e con l’adozione di tutte le precauzioni imposte dalla normativa – le visite al malato confortandolo, tenendo com’è naturale che sia la mano di chi, forse, dopo poche ore, sarà chiamato ad un’altra vita, in un’altra dimensione. Al di là di ciò, a chi crede, resta la consolazione, di non poco conto, della Fede, come fondamento della speranza umana in hoc Signo, che consente oltretutto nel corso di questo mese di novembre, mese dedicato ai defunti, di pregare per i morti al fine di fare ottenere loro persino l’indulgenza plenaria, atto di amore post mortem di immenso significato per i credenti, idoneo anche ad alleggerire, quantomeno in parte, il dolore profondo della mancata condivisione in vita, con i propri cari, del trapasso dalla vita alla morte. Pregare per le Anime dei nostri cari e dei defunti tutti, nel rispetto di una Fede che fa parte delle nostre tradizioni più care, nel rispetto ed in onore di quell’Anima che non sappiamo quale forma possa assumere dopo la morte, ma che sempre di più sono indotto ad immaginare di avere visto una volta nella mia vita, sotto forma di un inusuale scintillio, nel momento del trapasso di una persona a me molto cara.

Silvio Pittori