Quattro mesi fa il metallo giallo toccava il suo massimo storico. Oggi attraversa una fase di consolidamento. Ma chi guarda solo le ultime settimane sta perdendo di vista la prospettiva più importante: quella di mezzo secolo.
A cura di Marco Fancelli

Il 28 gennaio 2026 l’oro ha superato per la prima volta nella storia i 5.600 dollari l’oncia, fissando il massimo assoluto a 5.602 dollari. Era il punto di arrivo di una corsa cominciata l’anno prima: il 2025 si era chiuso con una crescita del 60% e 55 nuovi record toccati nell’arco di dodici mesi. Poi è arrivata la correzione. Al 19 maggio 2026 il prezzo si attesta intorno ai 4.565 dollari l’oncia, in un intervallo che la maggior parte degli analisti colloca tra i 4.400 e i 5.000 dollari.
Su molti tavoli, in queste settimane, la domanda è la stessa: la corsa è finita?
Io credo che la domanda sia mal posta. La storia dell’oro non si legge in trimestri, ma in decenni. E il dato più rivelatore, in questo momento, non è il prezzo. È chi sta continuando a comprare anche dopo i record.
Nel solo primo trimestre del 2026 le banche centrali mondiali hanno acquistato 244 tonnellate di oro, con una proiezione annua compresa tra le 700 e le 900 tonnellate. Cina, India, Turchia, la Polonia che ha appena approvato l’acquisto di altre 150 tonnellate, la Bolivia che ha ripreso ad accumulare dopo anni di pausa: la lista si allunga ogni trimestre.
Tutti questi Paesi stanno facendo la stessa cosa. Riducono la quota di riserve in dollari, aumentano quella in oro fisico e si preparano a un mondo in cui la moneta americana potrebbe non essere più l’unico punto di riferimento. Non sono scelte di breve termine: sono cambiamenti profondi del sistema monetario globale.
Per capire perché tutto questo conta, basta guardare indietro di qualche decennio. Nel 1971 il presidente americano Richard Nixon eliminò la possibilità di convertire i dollari in oro, mettendo fine al sistema di Bretton Woods: in quel momento un’oncia valeva 35 dollari. Nel 1980, dopo le crisi petrolifere e l’inflazione a due cifre, era arrivata a 850. Nel 2008, con la crisi finanziaria globale, ripartì verso quota 1.000. Nel 2020, durante la pandemia, sfondò i 2.000. Oggi, nonostante la correzione, siamo ancora sopra i 4.500.
Se osserviamo il grafico di lungo periodo, ogni grande correzione dell’oro è apparsa drammatica nel breve termine, ma quasi irrilevante quando viene inserita in una prospettiva di decenni. È proprio questa capacità di attraversare cicli economici, crisi finanziarie e cambiamenti geopolitici che ha reso il metallo giallo uno degli asset più osservati e detenuti al mondo.
Ogni generazione ha avuto le sue paure: guerre, inflazione, crisi bancarie, pandemie. E in ogni generazione qualcuno si è convinto che l’oro avesse smesso di funzionare. Ogni volta si è sbagliato. Non perché il metallo abbia qualcosa di magico, ma per una ragione molto semplice: è uno dei pochi asset reali che nessuno può stampare a piacimento, far fallire o cancellare con un default.
Nessuno sa con certezza dove sarà il prezzo a fine anno. Goldman Sachs vede 4.900 dollari entro la fine del 2026, JP Morgan punta a 5.400 entro il 2027, mentre le previsioni più diffuse collocano l’oro tra i 5.000 e i 5.500 dollari nei prossimi mesi, con gli scenari più ottimistici che arrivano a ipotizzare quota 6.000 dollari.
Ma non è questo il punto.
Il vero punto è che chi oggi si domanda “ho perso il treno?” sta facendo la domanda sbagliata. Quella giusta, secondo me, è un’altra: “che peso ha oggi l’oro nel mio portafoglio?” Se la risposta è zero – e per la maggior parte dei risparmiatori italiani lo è – allora una correzione dai massimi potrebbe non rappresentare la fine di una corsa, ma semplicemente un’occasione per riflettere sul ruolo che questo asset può avere all’interno di una strategia patrimoniale di lungo periodo.
Chi guarda un grafico di un mese vede volatilità. Chi guarda un grafico di cinquant’anni vede una storia completamente diversa.
