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IL GRAN SULTANO, LA SEGGIOLA MANCATA E L’ EUROPA DELLE MILLE E UNA NOTTE.

Se fosse solo questione di “una seggiola in più” sarebbe davvero ben poca cosa come insegna la celebre commedia “Aggiungi un posto a tavoladi Garinei e Giovannini, liberamente ispirata al romanzo “After me the Deluge” di David Forrest. Il fatto è che il sonoro “ceffone” maschilista di Recep Tayyip Erdogan alla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, lasciata miseramente in piedi in occasione della visita ufficiale ad Ankara, va ben oltre la politica, il cerimoniale o la semplice gaffe istituzionale, per collocarsi piuttosto in una ennesima provocazione e prova di forza muscolare del “dittatore” turco direttamente proporzionale a quella debolezza interna sempre più evidente. 

E se è sonoro il ceffone, non meno assordante è il silenzio dell’ Europa a questa ennesima volgare provocazione visto che Erdogan non rappresenta un mero problema politico, quanto il simbolo di un qualcosa di molto più grave, atteso il fatto che si atteggia a nuovo campione di un modello illiberale, che schiaccia oppositori e minoranze, non meno di come sta accadendo, sia pure in modo più plateale, in Birmania da parte del regime militare.

Ciò non toglie che dalla disfatta dell’ impero ottomano, così come di quello austro ungarico all’ indomani della Grande Guerra, mai nell’ area vi è più stata pace e prova ne è la stessa deriva nazionalistica turca negli ultimi tre lustri, alla faccia di quelle che erano le istanze del movimento dei “Giovani Turchi” e dello stesso Artaruk che si sta ora letteralmente rivoltando nella tomba.

Lo abbiamo visto a partire dal bombardamento cipriota del ’74 (Stato membro UE) e conseguente occupazione militare della parte rivendicata alla Turchia, così come con l’ assoluta disinvoltura con cui la Turchia infrange i trattati internazionali a partire dalla Convenzione di Montego Bay che punta appunto a sottrarre spazio marittimo alla Grecia nelle acque a sud di Creta, senza poi contare gli schiaffi alla cristianità a partire dalla trasformazione di Santa Sofia, patrimonio mondiale dell’umanità, in moschea, e a quelli che si vorrebbero i valori occidentali in termini di lotta alle violenze di genere e quindi di tutela delle donne con l’ uscita della stessa Turchia dalla Convenzione di Istanbul del 2007.  

E questo senza poi contare le innumerevoli provocazioni, come la minaccia militare alla nave italiana Saipem o lo sconfinamento  sui cieli ellenici con gli F-16, quasi cercando l’ incidente militari o un casus belli.  

Quousque tandem abutere patientia nostra avrebbe detto Cicerone rivolto ad un imperturbabile Lucio Sergio (Erdogan) Catilina.

E a poco o nulla valgono i tentativi di giustificazione o di real politik, laddove si sostiene che in fondo la Turchia, come tutti gli altri Stati (a parte l’ Italia che è un caso a parte allorchè prendono il sopravvento ideologie “cattocomuniste” o “radical chic” della sinistra dura e pura), persegue i propri interessi e che si tratta solo di ambizioni di potenza in chiave neo-ottomana e di ergersi quindi a protettore del così detto Islam politico, il dar al islam, contrapposto al dar al harb (o casa della guerra). Di qui l’ossessione della minaccia curda ai confini, il desiderio di confermarsi piattaforma strategica per i flussi energetici dalla Russia e di sfruttare i giacimenti mediterranei così come la necessità di ricompattare su istanze nazionalistiche un consenso popolare fattosi meno saldo, fiaccato dalla svalutazione della Lira turca e da un’economia in profonda recessione.

La verità è che la politica turca è meno che mai utilitaristica e quanto mai contraddittoria, purtroppo facilitata dalla consueta ignavia della insignificante Europa, così come dal disimpegno degli Stati Uniti distratti piuttosto dalla ingombrante Cina e dalla Russia.

Si veda l’ atteggiamento della Turchia nello scacchiere a partire dalla crisi libica dove, dopo aver contrastato efficacemente il generale Haftar, ha dovuto poi arrestarsi alle porte di Sirte, frenati dall’ alleato nemico russo con cui obtorto collo deve convivere, o ancora in  Siria, dove rimane  sconfitta da Assad ed è stata poi obbligata a scendere a patti ancora con il suo alleato russo per salvaguardare il suo controllo dell’area nord-occidentale siriana di Idlib. E non è che nel Mediterraneo orientale le cose vadano meglio visto che le sue ambizioni geopolitiche e energetiche hanno finito per importare nella zona solo le tensioni intra sunnite e creare uno stallo tra i Paesi rivieraschinella delimitazione dei rispettivi tratti di mare esclusivi,  senza infine contare il contrasto con l’Egitto, gli Emirati arabi, l’Arabia Saudita ed il Libano.

E non va meglio sul fronte della gestione dei flussi migratori, che non può più essere solo ricattatoria, ma dovrà invece andare ad essere più realisticamente inserita in un quadro più ampio di rapporti con l’Europa che investa anche le collaborazioni tecnologiche, industriali e commerciali di cui Ankara ha bisogno.

Il risultato è che al di la delle reiterate prove muscolari la Turchia grazie a politiche rivelatesi controproducenti e non da ultimo ad un’azione esterna sempre più connotata ideologicamente a sostegno della Fratellanza musulmana,  sta andando sempre più incontro ad un progressivo isolamento.  

Ed è così che ancora una volta, così come nella questione vaccini, l’ Europa che dovrebbe a questo punto far sentire tutto il suo peso geopolitico, mostra invece tutte le sue crepe e l’ assenza di qualsiasi visione, rivelando la sua reale natura di soggetto economico più che politico. Una elefantiaca macchina burocratica vero e proprio diluvio e spendita di pubblico denaro in funzione auto referenziale piuttosto che soggetto politico o l’ Europa dei popoli.

Una Europa ad un tempo esigente sul piano dei diritti, ma che si presenta poi divisa ed  oscillante tra una Francia recalcitrante e ambiziosa di mettersi a capo di una nuova “pax mediterranea”, il basso profilo della Germania, e i tentativi di convivenza italica in chiave libica.

Il risultato è che l’Europa,  tra chi minaccia sanzioni e chi rilancia il dialogo, si è quindi soltanto preoccupata di smorzare i toni e  di smussare le tensioni a partire dal Presidente della Commissione che avrebbe dovuto dare nell’ occasione un segnale fermo e deciso, o dallo stesso  Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel che avrebbe potuto dare un segnale di esistenza in vita nel bel mezzo del grande mare (sempre meno nostrum)  di ipocrisie e prevaricazioni.

Niente di tutto questo. E mentre stancamente si trascina nel mondo delle sole parole  il dibattito sul ruolo europeo, sulle interlocuzioni con le altre culture e sulla promozione delle libertà e dei diritti civili, tutto il resto, tamquam non esset, e tutto ciò che soltanto continua  a brillare è lo scintillio della grande farsa.

Ma si sa, comunque vada,  the show must go on mentre il resto, tutto il resto, una semplice lettera morta buttata lì nell’ angolo.

Mauro Mancini Proietti

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