Un libro di Michele Navarra
Commento a cura di Erika Basile

Il protagonista di questo libro avvincente è l’avvocato Alessandro Gordiani.
Siamo a Roma e questo brillante avvocato penalista si muove per la città su una vecchia Vespa PX125 Arcobaleno: “bianca, tutta ammaccata, che si avvia a compiere i suoi primi quarantanni di vita, ma che gli ricorda tanto quando lui era giovane”.
Da lui le persone vogliono essere salvate. “Ma salvate da cosa? Dalla preoccupazione, dalla vergogna, dalla paura dell’ingiustizia o, peggio, dalla paura che giustizia sia fatta.”
L’avvocato rappresenta la parte civile in un processo contro un pedofilo: tale Emanuele Fontana, un insospettabile medico, padre di famiglia e allenatore di una squadra di calcio di ragazzi delle medie. La vittima è Diego Loria, un ragazzo di quasi dodici anni, che all’improvviso aveva cambiato umore, rendimento scolastico e si era chiuso sempre di più dentro casa, anzi nella sua stanza. Diego ha avuto il coraggio di parlare con i suoi genitori ed insieme hanno seguito “tutto il complesso e articolato iter investigativo e dibattimentale”. Ma il ragazzino, durante le sue diverse testimonianze rese, si confonde, cade in contraddizione, si dimostra molto incerto sul riferire fatti o nello descrivere la casa del “mostro che aveva approfittato della sua posizione per abusare dell’innocenza e della buona fede di un bambino”. Diego dichiara che quegli incontri erano stati anche filmati dal suo predatore per poi poterlo ricattare. Ma durante la perquisizione non era stato trovato nulla.
Basterà “la veridicità di quanto raccontato dal ragazzino”? Neanche “il caro rappresentante dell’accusa” è del tutto convinto di quanto dichiarato da Diego.
E allora? Basterà l’arringa appassionata del nostro avvocato Gordiani a convincere i giudici? Diego e i suoi genitori si sono affidati a lui e Gordiani sa che in certe situazioni non esistono premi di consolazione. O vinci o perdi.
Ma l’imputato viene assolto per insufficienza di prove. Alla famiglia Loria crolla il mondo addosso. A questo si aggiunge il tentativo di suidicio da parte di Diego, che lascia anche una lettera ai suoi genitori, in cui ribadisce di non aver mai mentito e di aver sempre detto la verità.
Colpo di scena: dopo qualche giorno viene ritrovato il corpo senza vita di Fontana “all’interno del suo attico di Corso Tieste”. E dopo una settimana viene arrestato Giancarlo, il padre di Diego.
Da tempo Giancarlo Loria andava dicendo che avrebbe lui risolto in qualche modo la situazione, dopo quella brutta sentenza di assoluzione. Inoltre lui ha confessato, dicendo che ha sparato per legittima difesa.
Dov’è la verità? L’omicidio di un pedofilo è meno grave di qualunque altro omicidio? Come vedrà la cosa la giuria popolare che siede in Corte di Assise con i due giudici togati?
Cosa prevale nelle nostre coscienze: il senso di giustizia o il desiderio di vendetta privata?
Inoltre, applicare correttamente la legge non sempre vuol dire fare giustizia.
L’avvocato Gordiani, nominato difensore di fiducia da Giancarlo, deve rappresentare “una verità processuale che non sempre corrisponde alla verità sostanziale, ricorrendo anche alla finzione”. Si muove al limite tra il giusto ed il legale; tra il lecito e il presunto. Non può anche questa volta tradire le aspettative che la famiglia Loria ha riversato su di lui.
E noi, da lettori e da spettatori di questo processo, da che parte ci schieriamo? Dalla parte della legge? O dalla parte di un genitore che ha voluto riabilitare il nome di suo figlio?
