
A cura di Maurizio Filippini
Ci sono cavalli che vincono, cavalli che dominano e cavalli che, con il passare degli anni, diventano leggenda. Varenne appartiene a quest’ultima categoria.
Il suo nome è entrato nella storia dell’ippica mondiale non soltanto per i successi conquistati sulla pista, ma per la capacità di emozionare milioni di appassionati e trasformare ogni corsa in un appuntamento memorabile.
Nato il 19 maggio 1995, Varenne era figlio di Waikiki Beach e Ialmaz. Fin dai primi anni mostrò qualità fuori dal comune e, grazie al suo carattere, alla straordinaria resistenza e alla guida del driver Giampaolo Minnucci, costruì una carriera irripetibile.
Il soprannome “Il Capitano” racconta perfettamente ciò che Varenne rappresentò per il pubblico. Non era semplicemente un campione: era il cavallo da attendere con trepidazione, quello per cui gli ippodromi si riempivano e davanti al quale anche gli appassionati meno esperti finivano per emozionarsi.
Tra le sue imprese più celebri, ci sono le vittorie nel Prix d’Amérique del 2000 e del 2001. Nel 2001 arrivò anche una delle pagine più straordinarie della sua carriera: Varenne vinse nello stesso anno Prix d’Amérique, Gran Premio della Lotteria ed Elitloppet, completando una sorta di “Grande Slam” internazionale.
La sua forza non risiedeva soltanto nella velocità. Varenne sembrava avere sempre una riserva di energia. Quando la corsa entrava nel momento decisivo e gli avversari cercavano l’allungo finale, lui riusciva spesso a cambiare ritmo e a lasciare tutti alle sue spalle.
Indimenticabile fu anche il suo record mondiale sui 1.609 metri, stabilito nel 2002 a New York, quando fermò il cronometro in 1’49″6, un tempo straordinario per l’epoca.
La carriera agonistica si concluse nel 2002, ma la storia di Varenne non terminò con il ritiro dalle corse. Iniziò una nuova fase della sua vita, quella da stallone, durante la quale continuò a trasmettere le sue qualità alle generazioni successive.
A distanza di anni, Varenne ha conservato un posto speciale nel cuore degli italiani. Il suo mito non dipende soltanto dai trofei, dai record o dalle statistiche. Dipende soprattutto dalle emozioni: dalle corse vinte quando sembrava impossibile, dagli ultimi metri percorsi con una potenza impressionante e da quella sensazione che accompagnava ogni sua partenza, la certezza che si stava per assistere a qualcosa di speciale.
Varenne è stato un campione, ma soprattutto è diventato un simbolo.
Il simbolo di un’epoca dell’ippica italiana in cui un cavallo riuscì a trasformare il trotto in uno spettacolo capace di conquistare anche chi non aveva mai seguito una corsa all’ippodromo oppure in televisione.
Per questo, ancora oggi, quando si parla dei più grandi trottatori di tutti i tempi, il nome di Varenne viene pronunciato con rispetto e affetto. Per molti appassionati non è semplicemente uno dei migliori: è il Capitano.
E le leggende, si sa, non hanno più bisogno di correre per continuare ugualmente a vincere nel cuore delle persone.




