A cura di Federico Liberi

Il risultato è chiaro e, almeno sulla carta, non lascia spazio alle repliche: il referendum sulla giustizia si è chiuso con una vittoria netta del No. Ma se si guarda oltre il risultato, ciò che emerge non è una sconfitta della riforma della magistratura, bensì il trionfo della politica sopra la ragione. Al centro del quesito c’era la separazione delle carriere: dividere nettamente magistrati inquirenti e giudicanti per garantire indipendenza, equilibrio e trasparenza nel sistema giudiziario. Una proposta tecnica, sicuramente complicata per chi non mastica la materia, ma di buon senso.
Eppure, come sempre, è stata trasformata in una battaglia ideologica. Una guerra vinta, in questo caso, non da chi pensava davvero che non fosse “giusta”, ma dalla sinistra e dagli avversari del governo.
Ironia della sorte, la separazione delle carriere è un tema che proprio la sinistra ha portato avanti per anni. Oggi, però, lo stesso schieramento sembra aver voltato le spalle al proprio passato, rinnegando persino le posizioni di figure autorevoli come Augusto Barbera e Nicolò Zanon, giusto per citarne un paio. Lungi dal confrontarsi sul merito, si è scelto di attaccare chiunque si schierasse dalla parte della riforma, contribuendo – vista la poca chiarezza delle critiche – a un clima di sfiducia e confusione.
Ma la manipolazione non si è fermata qui. Chi sosteneva il Sì è stato spesso bollato come “fascista”, il che ha portato alla creazione di mostri immaginari. Il risultato? Un popolo spaventato, convinto di dover votare No per difendersi da nemici che, in realtà, non esistono. La sostanza della riforma è stata completamente oscurata, sepolta sotto slogan, accuse e narrazioni costruite ad arte.
Così, il No ha trionfato non perché la separazione delle carriere fosse sbagliata, ma perché la politica ha trasformato un quesito tecnico in una guerra tra clan rivali, giocando sulla paura e sull’ignoranza. Una riforma che avrebbe potuto rafforzare l’indipendenza della magistratura italiana è stata respinta, e il dibattito civile è stato sostituito da uno scontro ideologico che ha poco a che fare con la giustizia.
Tra bugie ripetute fino a farle diventare verità, punti della riforma distorti o semplificati ad hoc e improvvise amnesie collettive su idee sostenute per anni e poi rinnegate nel momento in cui il quesito è stato associato alla “fazione sbagliata”, questo referendum ha smesso di essere un confronto serio molto prima del voto.
Non è stato uno scontro sul merito. Non lo è stato quasi mai. È diventato piuttosto un riflesso condizionato: dire No non perché si fosse compreso il contenuto della riforma, ma perché dall’altra parte c’era il “nemico”. E poco importa se quella stessa proposta, la separazione delle carriere, fosse stata in passato sostenuta proprio da chi oggi l’ha osteggiata con maggiore veemenza.
Nel frattempo, i meccanismi giuridici – quelli veri, concreti, spesso complessi – sono stati messi da parte. Troppo tecnici, troppo scomodi, troppo difficili da piegare a una narrazione politica. Così, chi non appartiene al settore ha scelto di ignorarli, non per impossibilità di comprenderli, ma per convenienza, perché capire avrebbe significato uscire dalla logica dello schieramento di appartenenza.
E così il dibattito si è radicalizzato, le posizioni si sono irrigidite, e ogni tentativo di riportare la discussione sui contenuti è stato soffocato da un clima in cui contava più “da che parte stai”. In questo contesto confusionario, ideologie sempre più estreme – e, purtroppo bisogna dirlo, anche una certa dose di ignoranza – hanno fatto il resto.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un Paese che non vota per migliorare le proprie istituzioni, ma per impedire che lo faccia l’altro. Un elettorato che reagisce, più che scegliere e una riforma che poteva essere discussa, ma il cui merito è stato completamente ignorato da chi è accecato dall’ideologia.
È forse questa l’immagine più amara che lascia il referendum: quella di un’Italia che, di fronte a un tema delicato come la giustizia, ha preferito la scorciatoia dello scontro alla fatica del ragionamento. E così, ancora una volta, non si è votato per migliorare un sistema che da anni mostra limiti evidenti, ma semplicemente per non darla vinta all’avversario.
